San Fedele, lettera a Draghi   «Basta, vendo l’albergo»
Ivo Riva e la famiglia davanti all’albergo ristorante Cavaria

San Fedele, lettera a Draghi

«Basta, vendo l’albergo»

La protesta di Ivo Riva del “Cavaria” di San Fedele: «Dal lockdown di un anno fa nulla è più stato come prima»

Ci ha riflettuto a lungo Ivo Riva, 60 anni, prima di prendere carta e penna e scrivere direttamente al premier Mario Draghi, comunicando in maniera schietta e diretta - da uomo abituato più ai fatti che alle parole - la volontà di «mettere in vendita la mia attività, che rappresenta per me e la mia famiglia la nostra vita». L’attività in questione è lo storico albergo, ristorante e bar “Cavaria” di San Fedele d’Intelvi - 18 camere e 100 posti a sedere tra bar e ristorante -, una delle prime luci se non la prima luce accesa al mattino lungo la strada dei frontalieri.Più che la crisi qui si sta facendo largo un senso di abbandono collettivo da parte di chi - lo Stato - avrebbe dovuto sostenere questi autentici baluardi dell’imprenditoria fatta da famiglie che, 30 anni fa, hanno deciso di scommettere sull’ospitalità turistica quando ancora il lago di Como e le valli adiacenti non erano tra le mete più gettonate al mondo. Nella missiva - inviata per conoscenza anche al prefetto Andrea Polichetti, al ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti, al governatore della Lombardia Attilio Fontana e al presidente del consiglio regionale Alessandro Fermi - ci sono numeri, cifre e riflessioni sul perché Ivo Riva con la sua famiglia (la moglie Anita e i figli Aldo, sindaco di Dizzasco, e Jessica) ha deciso di rivolgersi direttamente al premier Mario Draghi. «Trent’anni di duro lavoro, di sacrifici da parte mia, di mia moglie e della mia famiglia, di notti in cucina sono stati azzerati da quando è arrivata la notizia, nel marzo dello scorso anno, del primo lockdown - conferma Ivo Riva - Da quel preciso momento si legge nella lettera - le cose non sono mai più tornate come prima». Un’affermazione questa che ha trovato il conforto o meglio il supporto dei numeri, toccando direttamente il tema dei ristori. «Alla nostra attività sono stati assegnati 8 mila euro di ristori. Somma che reputo del tutto inadeguata non per autocommiserazione, bensì per un’esigenza reale», viene scritto nella lettera. A corredo di questa affermazione perentoria, c’è l’elenco - lungo e dettagliato al centesimo - delle spese fisse sin qui sostenute, che portano il totale a 35.274,16 euro vale a dire più di quattro volte il valore dei ristori, che nel dettaglio non sarebbero stati sufficienti neppure per pagare luce e gas, tanto per dare un ordine di grandezza. «Ci dica Lei se esistono alternative al fatto di mettere in vendita l’attività» scrive Riva, aggiungendo uno spaccato di vita vissuta, raccontato con grande lucidità, nonostante il momento estremamente difficile. «È una decisione presa dopo averci pensato a lungo, camminando fra i tavoli deserti, guardando i fuochi della cucina spenti e ripensando ai 30 anni trascorsi qui dentro, con il sorriso e la voglia di fare sempre di più per questo paese della Val d’Intelvi e per il territorio» fa notare, tenendo la lettera tra le mani, Ivo Riva, che invoca l’intervento delle istituzioni, perché ad oggi «amarezza e delusione sono i sentimenti dominanti all’interno della nostra famiglia». Ciò premesso, la speranza è «in un esito diverso da quello prospettato», tenendo conto che il “Cavaria” ha contribuito a fare la storia di San Fedele e della Val d’Intelvi.

(Marco Palumbo)


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