Albiolo, chiude il quagliodromo   Ospitò anche Bartali e Moser
Da sinistra Francesco Moser, Dino Zandegù, Gino Bartali e Attilio Miatello

Albiolo, chiude il quagliodromo

Ospitò anche Bartali e Moser

Fu costruito nel 1974 da Attilio Miatello

Ha resistito a un incendio e a un blitz animalista

ma non ha superato l’emergenza del coronavirus

Le difficoltà di adeguamento alle nuove norme della “fase due” della pandemia da coronavirus danno un colpo di spugna ad una storica attività, un ritrovo molto frequentato, tra i boschi di confine tra i territori di Albiolo, Olgiate Comasco e Faloppio, a pochi passi dalla strada provinciale Lomazzo – Bizzarone.

Di fronte ad investimenti dovuti per le prescrizioni igienico – sanitarie e alle prospettive incerte, la famiglia Miatello ha deciso di lasciare quello che considera non tanto un patrimonio commerciale, quanto un pezzo di vita e un gioiello paterno.

Infatti, nel 1974,Attilio Miatello, su un terreno defilato dal centro abitato, costruì una struttura di legno, poco più di un chiosco, adibito a bar per i cacciatori e per gli escursionisti.

Andò perduta in un incendio. Ma Attilio non si perse d’animo: ricostruì l’edificio, stavolta con pannelli prefabbricati, servizio bar con annesso quagliodromo: allevamento di quaglie e gare, con i cani.

Per anni, fu punto di riferimento non solo per i cacciatori, ma anche per pensionati che passavano i pomeriggi a giocare a carte e per i tiratardi dell’aperitivo e vide anche personaggi importanti, come Gino Bartali e Francesco Moser.

I due campioni erano arrivati al quagliodromo accompagnati da Dino Zandegù, titolo mondiale nella cronometro a squadre nel 1962, ciclista e dirigente sportivo che forniva il vino a Miatello e gli portò compagni di gloria.

Una certa notte, era la fine di aprile di 12 anni fa, il blitz di presunti animalisti che imbrattarono e distrussero qualunque cosa, liberando le quaglie e fu uno dei colpi subìti: i responsabili non vennero mai identificati, sospetti tanti e qualcuno era anche indizio, ma tuttora l’episodio rimane un’ombra.

«Per anni, noi fratelli abbiamo mandato avanti l’attività. Per noi, non significava solo lavoro, ma anche tener vivo il ricordo del papà, morto otto anni fa», dicono i figli .

«Ormai tre mesi fa, abbiamo chiuso per l’emergenza coronavirus, nel frattempo abbiamo riflettuto e abbiamo preso la decisione: non riapriamo più. Troveremo il modo per salutare i nostri avventori, quelli che hanno frequentato il posto per anni e sono diventati amici», aggiungono.


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