La mamma che ha perso la bambina
«Mi hanno detto: vai via, fai rumore»

Parla la donna nigeriana oggetto di frasi razziste in ospedale dopo la morte della figlia «Io piangevo, mi disperavo e loro mi rimproveravano». La Procura ha aperto un’inchiesta

«Ero nel corridoio del pronto soccorso, vicino al bagno. Piangevo, urlavo e mi disperavo... Mi avevano appena detto che la mia bambina era morta... C’erano due persone, una era distesa su una barella e aveva la maschera per l’ossigeno. Mi sono sentita dire: “Smettila di piangere anche se è morto il tuo bambino... vattene che fai troppo rumore”. L’altra persona però è intervenuta e mi ha difeso e a quel punto le ha detto: “Ma non hai un po’ di cuore?”».

È agghiacciante il racconto che Helly Mohamed, la mamma della piccola Mistura, di soli 5 mesi, morta all’ospedale di Sondrio dove è giunta in condizioni disperate, ha riferito ai carabinieri che giorni stanno raccogliendo testimonianze. C’è un’inchiesta aperta per il decesso della piccola - la Procura ha già lasciato apertamente intendere che quasi certamente si è trattato di una “morte in culla” - e c’è un fascicolo per le frasi offensive pronunciate nell’arco di diverse ore da più persone, contro la giovane mamma nigeriana la cui unica colpa è stata quella di aver dato “fastidio” con le sue urla di disperazione. L’ipotesi di reato? Diffamazione aggravata dall’odio razziale. Se ci fossero gli estremi, si procederà speditamente, intanto il padre della bimba ha presentato querela ai carabinieri.

E stando a quanto è stato dichiarato prima durante la manifestazione delle “Sardine” sabato scorso e poi su un post su Facebook, da Francesca Gugiatti, maestra elementare nonchè consigliere comunale di minoranza a Sondrio, non si è trattato di frasi isolate, ma piuttosto di uno stillicidio di commenti razzisti, reiterati nell’arco di una giornata, di battute infelici accompagnate da sorrisi e sghignazzate da parte di donne e uomini - indistintamente, giovani e vecchi - che al pronto soccorso hanno trascorso diverse ore.

Incontriamo la coppia nella casa di via Vigoni, a Sondrio, un appartamento il cui contratto di affitto è intestato al compagno Adbdullras Aki Alimi, che da mesi non paga perché non lavora («non ho i soldi nemmeno per pagare luce e gas»). Il riscaldamento non c’è. E fa un freddo cane. C’è una stufetta elettrica accesa ed Helly è sprofondata nel suo dolore, seduta sul divano. Annichilita. In inglese ci dice «Ho una grande pena nel cuore». «Noi, non abbiamo niente da dire», afferma il padre della piccola, quando gli chiediamo un commento. «Abbiamo perso la nostra bambina. Questo conta. Quello che dice la gente non ci importa. Siamo abituati a certe frasi». Lui a Sondrio è arrivato nel 2011 come richiedente asilo. Poi però si è messo nei guai per un traffico di droga e ora il suo status è sotto revisione. Helly invece è in Valtellina da due anni, anche lei è in attesa di un visto. Bimba e mamma figurano in carico a una cooperativa di Fusine dove - ci racconta Helly - abita con un’altra donna, anche lei ragazza madre.

»Il Comune si è fatto carico delle spese del funerale (in programma questa mattina) - dice un’amica valtellinese - ma io penso al domani: questi giovani genitori rischiano di seppellire qui la loro bambina e poi di essere cacciati. È umano tutto questo?».

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