«Non lasciamoci vincere dal buio»: le parole della docente accoltellata a Bergamo da un tredicenne
La lettera di Chiara Mocchi: «Vorrei che questa ferita non diventi un muro ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché»
Trescore (Bergamo)
«Non porto rabbia né paura nel cuore»: Chiara Mocchi, la docente accoltellata a scuola a Bergamo da un tredicenne di Trescore che ha filmato la scena con il telefonino per condividerla sui social, ha pensato ai ragazzi che hanno visto l’aggressione, «un incubo» l’ha definita, che alla loro età nessuno dovrebbe vedere. E in una lettera dettata al suo avvocato Angelo Lino Murtas ha voluto assicurare che tornerà ad insegnare.
Le sue parole arrivano dopo la diffusione di altre parole: quelle che il tredicenne che l’ha accoltellata aveva invece affidato a Telegram in cui spiegava: «Ucciderò la mia insegnante di francese. La scelta non è casuale, è mirata, le piace prendermi di mira, umiliarmi davanti a tutti, fare commenti cattivi, battute non divertenti e giustificare la violenza contro di me».
Un testo in inglese dal titolo “Manifesto - soluzione finale” dal contenuto molto freddo. Gli inquirenti non nutrono dubbi sul fatto che sia stato scritto proprio dal tredicenne, forse aiutato dall’intelligenza artificiale: «Visto che a quanto pare i ’ragazzi’ non capiscono cosa sia giusto e cosa no, userò questo a mio vantaggio - scrive il giovane -: non posso essere incarcerato, dato che in Italia l’età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo». «Non è solo un atto di vendetta: è un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile. Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose». Sullo stesso gruppo Telegram è stato trasmesso il video dell’aggressione. E lo stesso ragazzo, che ora si trova in una comunità protetta, ha spiegato che a farlo scattare è stato un esame sul disturbo dell’attenzione, spiegando che avrebbe voluto uccidere il padre ma poi non ha trovato il coraggio.
Il video molto crudo, ora agli atti dell’inchiesta della Procura per i minorenni di Brescia, dura meno di due minuti. Sono le 7.41 si legge sul display del telefonino e il video è concitato e mosso perché il tredicenne ha utilizzato il cellulare tenendolo appeso al collo. Il tredicenne ha spiegato di non avere molti amici «perché la maggior parte delle persone mi considera strano o insopportabile» e di «infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita».
Nell’interrogatorio, ha spiegato l’avvocato della famiglia, il ragazzo «appariva come distaccato dalla realtà, circostanza che rafforza il timore che possa essere stato fortemente influenzato da terzi». Il giovane era seguito, ha spiegato, professionalmente proprio per il rapporto conflittuale con la professoressa di francese. E i genitori sperano che le indagini «possano approfondire l’eventuale ruolo di soggetti conosciuti dal minore attraverso i social network, che potrebbero aver esercitato un’influenza negativa e verosimilmente determinante su un ragazzo di soli tredici anni, in una condizione di particolare fragilità, inducendolo a compiere un gesto di tale gravità».
Chiara Mocchi, invece spera che “questa ferita” non diventi «un muro ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché». «Questa vita è un dono che non sprecherò. So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi - ha scritto agli studenti -. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio».
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