Salone del Mobile, «la filiera del legno rischia di perdere il genere classico»

«Oggi i nostri intagliatori hanno in media tra i 75 e gli 80 anni: è un saper fare che rischia l’estinzione» avverte Luigi Minotti, terza generazione dell’azienda Minotti di Cabiate ed espositore alla rassegna in corso a Milano

Milano

La filiera del legno rischia di perdere il “genere classico”, uno dei suoi pilastri. «Oggi i nostri intagliatori hanno in media tra i 75 e gli 80 anni: è un saper fare che rischia l’estinzione», avverte Luigi Minotti, terza generazione dell’azienda Minotti di Cabiate ed espositore al Salone del Mobile di Milano. Un segnale che si inserisce nella più ampia difficoltà di un segmento più legato alla tradizione e progressivamente relegato a una nicchia.

A cambiare è innanzitutto la definizione stessa di “classico”. «Non parliamo più di copie filologiche, ma di reinterpretazioni», osserva Minotti. Gli stili storici – dal Luigi XV al Luigi XVI, fino al Biedermeier e all’Impero – vengono riletti attraverso lavorazioni personalizzate: intagli, inserti in madreperla o ottone, motivi decorativi che trasformano ogni pezzo in un unicum: «Il rifacimento diventa personalizzazione, ed è questo che oggi sostiene il comparto».

La domanda resta però contenuta. «Il mercato esiste, ma è limitato e di nicchia», sottolinea Minotti, indicando una clientela internazionale selezionata – dagli Stati Uniti ai Paesi arabi, fino a Russia e Africa – sempre più concentrata sul residenziale. «Negli ultimi anni il classico si è spostato quasi esclusivamente su questo segmento».

Cambiano anche i canali di acquisto: «Il cliente privato è più consapevole e spesso arriva diretto, senza passare dall’architetto». Sul piano stilistico prevale la frammentazione: «Non esiste più una direzione dominante, tutto è personalizzabile».

Questa evoluzione si traduce in un approccio sempre più orientato al “custom made”. Le regole tradizionali sui materiali si allentano: «Un tempo il Luigi XVI richiedeva tessuti specifici, oggi può essere reinterpretato, ad esempio, in velluto». Resta però centrale la componente culturale ed estetica: «Chi sceglie il classico cerca bellezza, arte e ricerca. Una casa classica restituisce un senso di calore diverso rispetto a una moderna».

Un valore che si riflette nell’intensità del lavoro artigianale. «Per realizzare una poltrona possono essere coinvolte anche dieci persone: è alto artigianato», precisa Minotti. Un modello che oggi si scontra con la difficoltà di garantire il ricambio generazionale. «Queste competenze richiedono anni di esperienza e passione, ma i giovani faticano ad avvicinarsi».

Il paradosso è evidente: mentre cresce l’apprezzamento per l’unicità del fatto a mano, la base produttiva si riduce. «Lavoriamo per il 99% in Brianza, in un raggio di 20 chilometri, ma l’età media degli intagliatori resta molto elevata». In questo contesto il classico continua a esistere, ma fatica a rinnovarsi. La sfida è nella capacità di preservare competenze che rappresentano un patrimonio identitario del distretto. Senza ricambio, il rischio è la progressiva perdita di una parte rilevante della cultura manifatturiera del territorio.

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