Caso Mazzotti, attacco al legale dei famigliari: «Mistificatore»

Il retroscena Inquietanti accuse di uno dei condannati Calabrò: «Calunniatore». La replica: «Parole subdole»

Como

Prima il killer Demetrio Latella, che mentre esce dall’aula della Corte d’Assise punta il dito contro l’avvocato Fabio Repici e gli urla: «Con lei io non parlo». Ora il coimputato (e co-condannato) Giuseppe Calabrò, che nel suo memoriale consegnato ai giudici prima della camera di consiglio punta il dito sempre contro lo stesso legale dandogli del «mistificatore» e del «calunniatore». C’è un che di inquietante, nella sistematicità con cui uno degli avvocati di parte civile è stato preso di mira da chi, mercoledì in un’aula di giustizia, è stato ritenuto colpevole di aver rapito e accompagnato al suo terribile destino, per conto della ’ndrangheta, Cristina Mazzotti.

Il memorandum

Parole pesantissime, quelle riservate all’avvocato Fabio Repici, al quale - probabilmente - non è stato perdonato di aver avuto il senso civico di far riaprire l’indagine a carico dei presunti sequestratori della giovane studentessa, poi morta in prigionia. Parole alle quali, nell’ultima udienza poche ore prima della sentenza, ha replicato il collega, Ettore Zanoni, definendo la strategia di Calabrò e del suo legale come «veleno puro».

Nel suo memorandum consegnato alla Corte d’Assise la mattina dell’ultima udienza, Calabrò dedica un intero capitolo, quello finale, ad attaccare l’avvocato Repici. Definito nero su bianco come un «desacratore della magistratura, un polemista che trasforma l’aula di giustizia in un’arena di invettive, dove il dibattito giuridico cede il passo alla provocazione e alla diffamazione».

«L’avvocato Repici - la replica in aula fatta dal collega Ettore Zanoni - è stato oggetto durante tutto il processo di attacchi ripetuti e del tutto infondati e pretestuosi». Critiche portate avanti soprattutto da uno dei difensori di Calabrò, il penalista Ermanno Gorpia.

Nelle quasi cento pagine firmate di suo pugno (testualmente “Calabrò Giuseppe”, prima il cognome poi il nome) l’ottantenne condannato al carcere a vita per l’omicidio di Cristina Mazzotti usa la clave semantica soltanto contro l’avvocato Repici. Pur criticando i testimoni oculari (Emanuela Luisari e Carlo Galli), la detective della squadra mobile di Milano Liliana Ciman e lo stesso pubblico ministero Cecilia Vassena, in nessun punto della sua memoria Calabrò eccede verbalmente. Nelle ultime pagine, quando decide di scatenarsi contro l’avvocato della famiglia Mazzotti, il tono cambia radicalmente: «Mistificatore, calunniatore, scandalista: più che un giurista, Repici appare come un autore di pamphlet, che usa il processo come palcoscenico per promuovere se stesso e i propri libri». Sul finire del suo attacco, l’imputato arriva a definire il legale come «un profanatore del diritto».

«Paradossale»

A dire il vero, ancorché firmato di suo pugno, il lungo documento che non gli ha evitato l’ergastolo sembra scritto non dall’uomo chiamato u’dutturicchiu, bensì da chi ha competenze legali.

Non a caso, mercoledì nelle repliche prima della camera di consiglio, lo stesso avvocato Fabio Repici ha commentato il capitolo a lui dedicato così: «Qui il signor Giuseppe Capabrò ritiene di filosofeggiare sulla mia persona. A dimostrazione che quell’approccio di calunnia, di falsità che è stato portato come espediente difensivo contro le indicazioni probatorie delle parti civile, proviene dall’imputato. È lui che lo firma. E d’altronde si era già visto in alcune dichiarazioni. Raramente avevo visto un imputato che fosse anche dominus della strategia difensiva».

Durante il processo lo stesso presidente della Corte, Carlo Cecchetti, era stato costretto a intervenire per stigmatizzare gli attacchi persona ricevuti in modo sistematico dall’avvocato Repici.

Il collega Zanoni, nell’ultimo suo intervento in aula, ha definito questa vicenda come paradossale. E ha spiegato: «Il paradosso è che l’ultima parola di questo difensore è per giustificare il lavoro fatto dalla parte civile. Il nostro lavoro. In un processo in cui si discute della morte di una ragazzina per mano della ’ndrangheta, siamo costretti a prendere la parola quasi come se si pretendesse dalle parti civili una scusa. Noi non ci scusiamo: tutto ciò che è stato detto è stato trasparente e corretto. E il veleno, in questo processo, non è stato certo portato dalle parti civili».

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