Coronavirus, lettere ai ricoverati  Scritte dai figli e lette dal personale
Al lavoro nella terapia intensiva dell’ospedale di Erba

Coronavirus, lettere ai ricoverati

Scritte dai figli e lette dal personale

La testimonianza di una operatrice socio sanitaria dell’ospedale Fatebenefratelli di Erba

«Lavoro all’ospedale di Erba come operatore socio sanitario e mi permetto di scrivere queste parole perché capiate tutti cosa succede dentro quel piccolo nosocomio che serve gran parte di noi -attacca l’operatrice - Vedete, spesso si sottovalutano tante cose, tante parole, tanti fatti, ma questa volta non va sottovalutato niente. In ospedale ci sono cinquanta e più persone ricoverate affette da coronavirus. Sono persone di ogni età, che purtroppo si sono trovate a combattere per la vita. Respirano dentro caschi di plastica nei quali viene inserito ossigeno a percentuali molto alte, respirano con maschere ad alti flussi oppure tramite intubazioni orotracheali, hanno dei tubi di diametro modesto nella trachea».

Come i nostri genitori

«Sono persone esattamente come tutti noi, vengono lavate, pulite, pettinate e vestite ogni giorno, per mantenere un certo livello di dignità. Perché le uniche persone che al momento hanno, non sono parenti, non sono amici, non sono volontari, siamo noi operatori sanitari. Noi li vestiamo, li laviamo, li accudiamo come se fossero i nostri genitori, nonni e addirittura bis nonni».

Alessandra Gelmini, contattata, spiega anche quanto accade nei reparti no covid, un aspetto spesso sottovalutato: «Ci sono persone anziane che non possono vedere i figli, i nipoti, perché tutto l’ospedale è in questo momento blindato – continua - Ci sono anziani che non hanno mezzi per comunicare con l’esterno, e noi leggiamo i messaggi che vengono recapitati». Uno di questi è arrivato venerdì ed è il seguente.

«Ciao mamma, ti scrivo una lettera perché non sai usare il telefono, nonostante ti abbia spiegato mille volte come fare. Ti scrivo perché è l’unico modo che ho per farti sentire protetta. Ti scrivo perché c’è un virus bruttissimo che si sta scagliando sulle nostre case e non sappiamo quando finirà. Credo nella bontà delle infermiere che in questo momento saranno indaffarate ma che ti stanno leggendo questa lettera».

«Non farle disperare, devi attendere e non pretendere subito come tuo solito. Sei protetta e sei al sicuro con loro, presto potrai uscire da lì. Ti scrivo perché sono sicuro che sei accudita con molta cura e di questo non posso essere che felice. Ringrazio chiunque stia leggendo questa lettera e ti mando un bacio. Ciao mamma».

«L’ho letta, con la mascherina, la cuffia e gli occhiali, insieme a Pietro , mio collega, e le lacrime bagnavano tutto. Accompagniamo i nostri pazienti fino alla fine, ve lo posso assicurare, e non siamo freddi, insensibili, siamo umani anche noi. Vedere anziani soli e vedere morire qualcuno che cerca disperatamente aria per sopravvivere, è straziante».

Senza capricci

Infine un appello, quasi una implorazione. «Non scherzate, fate quello che vi viene detto senza lamentele, senza tanti capricci affrontate la situazione. Dovete restare a casa, dovete usufruire dei servizi organizzati proprio per non uscire. Vi scrivo perché non c’è niente, niente da scherzare. Perché si muore e si muore soli. Perché finita questa cosa possiate riabbracciare tutti i vostri parenti, perché seguendo le regole che vi sono state imposte un giorno sarete voi a ringraziarvi, perché anche voi avrete fatto una piccola parte per salvare gli altri».

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