Delitto di Asso, incurabile l’omicida della caserma: «Ma gli hanno permesso di armarsi»

Asso L’avvocato della famiglia: «Chiediamo risposte per un servitore dello Stato». La Procura indaga sui medici che autorizzarono Antonio Milia a tornare in servizio

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«Credo che vi siano elementi sufficienti per chiedere risposte per un fatto gravissimo, a danno di un servitore dello Stato, che ha lasciato moglie, tre figli e quattro fratelli, ad oggi non risarciti nemmeno in parte. Un fatto che poteva e doveva essere evitato».

Le motivazioni

A parlare è l’avvocato Paolo Camporini che assiste la famiglia del comandante Doriano Furceri, militare dell’Arma dei carabinieri ucciso dal brigadiere Antonio Milia nella caserma di Asso il 27 ottobre 2022. L’intervento del legale arriva all’indomani del deposito delle motivazioni della sentenza di secondo grado della Corte Militare d’Appello in cui viene riconosciuta (come già era avvenuto in primo grado) la totale incapacità di intendere e di volere del brigadiere che sparò, ma in cui vengono anche evidenziate - a dire della corte - errate valutazioni fatte da chi ritenne Milia in grado di poter riprendere il servizio nella caserma di Asso.

Le date sono importanti in questa brutta storia, che ha distrutto le vite di tante persone. La Commissione Medica infatti ritenne il brigadiere idoneo al servizio il 18 ottobre, mentre il delitto avvenne meno di dieci giorni dopo, il 27 ottobre appunto. Non essendo ritenuto colpevole, proprio perché incapace di intendere e di volere, Milia non solo non è mai stato condannato ma nemmeno ha mai risarcito le vittime. Vicenda che ora si sposta su un altro tavolo, quello della Procura di Como dove è aperto un fascicolo per omicidio colposo in carico proprio ai componenti della Commissione Medica Ospedaliera del Centro Ospedaliero Militare che in data 18 ottobre 2022, ovvero pochi giorni prima degli spari mortali che spensero la vita del comandante Doriano Furceri, avevano ritenuto il brigadiere «idoneo al servizio militare incondizionato», in presenza però di un quadro sanitario, patologico e farmacologico che i giudici hanno lasciato intendere come allarmante e comunque sufficiente a negare tale idoneità.

Sotto inchiesta anche una quarta persona, l’ufficiale medico (psichiatra) che aveva inviato il militare in Commissione. Dopo la sentenza di primo grado era stato proprio il Tribunale Militare di Verona a trasmettere gli atti in Procura a Como chiedendo di indagare su quanto era avvenuto sia in Commissione sia precedentemente, con la pistola che era poi stata restituita a Milia. Diagnosi e valutazioni che ora sono finite sotto la lente della Procura lariana.

«Persona pericolosa»

«La sentenza – commenta l’avvocato Camporini, che come detto assiste la famiglia della vittima – ha accertato che Antonio Milia, ora come allora, è persona pericolosa socialmente ad alto grado con il rischio che possa commettere nuovi reati. La stessa sentenza ha affermato che il Milia era già affetto da tale patologia, mal diagnosticata, inguaribile e comunque mal curata almeno dal gennaio 2022».

Invece il brigadiere venne ritenuto idoneo al servizio: «Valutazioni che riteniamo gravi e imperdonabili, perché hanno consentito a Millia di operare senza controllo e con la dotazione dell’arma utilizzata per l’omicidio, che non si sarebbe verificato in caso di valutazione d’inidoneità e conseguente impedimento a rientrare in servizio».

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