L’addio a Francesco: «Un papà e un figlio che sapeva amare»

Caslino d’Erba Il funerale del giovane morto a Imola. Le parole del padre ai numerosi amici presenti: «Il vostro affetto si sente, non rimandate mai un sorriso»

La sua famiglia allargata, gli amici di una vita e tre comunità sconvolte: quelle di Caslino d’Erba, Nibionno ed Erba. C’era tanto dolore ieri mattina nella chiesa parrocchiale di Caslino dove don Stefano Dolci ha celebrato il funerale di Francesco Passarello, 26 anni, scomparso il 22 luglio in un incidente con la moto a Imola. Nelle prime file c’erano la mamma Katia Ratti, residente a Caslino, e il papà Giovanni, ex carabiniere che oggi vive a Nibionno. Su questa terra Francesco lascia la figlia di quattro anni, Nami, che era andato a trovare a Cremona il giorno dell’incidente, e le sorelle Chiara, Martina e Alessandra.

Il colpo d’occhio

Al termine della funzione, papà Giovanni ha trovato la forza di parlare per ricordare il figlio, prima di accompagnarlo fuori dalla chiesa portando a spalla la bara. «Siete un bel colpo d’occhio - ha detto guardando le tante persone strette in chiesa - Il vostro affetto si sente fino a qua e arriva anche a Francesco. Vi ringrazio a nome di tutta la famiglia. Francesco aveva coraggio, senso di giustizia e di giustezza, i suoi amici lo sanno bene».

In questi giorni, ha proseguito, «ho ricevuto migliaia di messaggi, la maggior parte delle persone non avevano parole. Cito solo quanto ha scritto un’amica che lo conosceva da quando era piccolo: mi ha detto che Francesco era speciale, che osava contraddire questa ipocrita società. Aggiungo che sapeva amare, a partire dalla sua piccola Nami: non ho mai visto un papà tanto affettuoso, amorevole e dolce. Amava le sue sorelle con fare protettivo, anche se era a Imola per motivi professionali. Amava la mamma e tutti i suoi familiari allargati e acquisiti».

La telefonata

Sapeva amare, Francesco, e anche farsi amare. «Ha avuto una vita travagliata, ha subito qualche torto e qualche torto l’ha fatto anche lui. Oggi chiediamo perdono per i suoi torti e perdoniamo quelli che sono stati fatti a lui». Il 22 luglio Giovanni ha telefonato al figlio poco dopo le 19, ma non ha ricevuto risposta; Francesco lo ha richiamato di lì a poco, ma il papà non ha fatto in tempo a rispondere: «Vi prego, non rimandate mai un sorriso, un abbraccio, una telefonata». Perché potrebbe essere l’ultimo.

Ribellione

Ieri nel cuore di tutti covava un senso di ingiustizia, di rabbia a fronte di un ragazzo morto a soli 26 anni in sella alla sua amata Yamaha 600, a fronte di un papà che lascia una bimba di quattro anni. «Tutti abbiamo nel cuore questa obiezione - ha detto don Dolci - e ci chiediamo come si può morire a 26 anni, senza un motivo particolare? Oggi ogni parola umana di conforto, per la famiglia, è come pioggia che scivola sull’impermeabile».

Oggi la fede, ha proseguito il sacerdote, «non ci toglie il senso di ribellione verso una morte così giovane ma ci dà almeno una prospettiva di speranza. La vita di Francesco non si perde perché stata consegnata a Gesù, niente della sua vita va perduto, e questo non lo dico io che non conto niente: lo dice il Signore».

© RIPRODUZIONE RISERVATA