Strage di Erba, 17 anni non bastano: ci si vede ad aprile

Processo di revisione Il caso torna in un’aula di giustizia. La Procura: «Limiti superati, ora la normalità»

Suona quasi come un segnale, la scelta della Corte d’Appello di Brescia di tenere la stampa fuori dall’aula del processo di revisione per la strage di Erba. Dentro, con i giudici, la Procura generale, le parti civili, la difesa, i silenziosissimi Rosa Bazzi e Olindo Romano, i cittadini che si sono messi in coda dalle 8 del mattino sotto l’acqua, per poter essere presenti. I giornalisti e le telecamere tutti in un’aula a parte, nei seminterrati del palazzo di giustizia.

Leggi anche

Solo una scelta pratica, certo, ma con un sapore simbolico fortissimo, come un tentativo della giustizia di riappropriarsi di quel ruolo scippato da una «pressione mediatica» (per dirla con la Procura generale di Milano) che ha dato origine a una revisione il cui impianto (ha sottolineato il procuratore generale di Brescia, Guido Rispoli) ha il sapore di una «venatura giornalistica» sull’onda di «venti innocentisti» che «soffiano da anni».

La rievocazione dello show

Chi si aspettava il colpo di scena, dall’udienza di ieri in Corte d’Appello, è rimasto sicuramente deluso. Perché - paradossalmente - nel processo fissato per volere degli avvocati di Olindo Romano e Rosa Bazzi, le ragioni della difesa, che chiede urlando - con tanto di megafono mediatico - la riapertura del processo di Erba, non sono state udite. Questione procedurale, ma i motivi della revisione si sono potuti soltanto intuire nei passaggi con cui parti civili (legale di Azouz Marzouk escluso) e Procura generale hanno letteralmente demolito il documento dei difensori dei coniugi condannati all’ergastolo.

Il fil rouge di tutti gli interventi è un continuo richiamo alla stampa, allo show, alla cinematografia. Cita il “Grande bluff” per parlare della richiesta di revisione, l’avvocato generale. Il dottor Rispoli, invece, ricorda Woody Allen e il film Match Point, sulla macchia di sangue sull’auto di Olindo Romano: «Quando moneta vuole, destino decide». E poi l’avvocato dei fratelli Castagna, che parla di Inception di Cristopher Nolan per evocare la suggestione delle difesa secondo la quale a Mario Frigerio è stato innestato un falso ricordo.

Limiti superati

«Si sono superati determinati limiti e dobbiamo riportare questo processo nella normalità» esordisce l’avvocato generale. E quella normalità è l’aula della corte d’Appello, nella quale si citano i documenti e i fatti e le sentenze e la giurisprudenza, e si tengono fuori dalla porta le suggestioni e le “voci”, «che valgono per le inchieste giornalistiche, ma non per un’aula giudiziaria».

I due esponenti della Procura generale, in un crescendo, affrontano ogni passaggio definito critico dalle difesa per demolirlo. E, soprattutto per attaccare l’ipotesi di quel «sordido complotto» (parole del Pg Guido Rispoli) ordito da «Gallorini e dai carabinieri che hanno inquinato tutto». Lo dice con tono accorato e quasi accalorato. Così come aveva fatto poco prima l’avvocato generale, Domenico Chiaro: «Bisogna dirlo a viva voce per difendere l’onore e la reputazione di colleghi, continuamente calpestati» da anni di sospetti mediatici: «Non è vero che» i due imputati «avevano subito indebite pressioni. Quel «non è vero» risuona nell’aula decine di volte, a sottolineare le continue forzature di un atto della difesa che ha provato a dar per provate suggestioni che provate non lo sono mai state. E accanto a quel «non è vero» ancor più forti son risuonati i commenti in merito alle cosiddette piste alternative: «È un’offesa alla logica!». E ancora: «Ma dove siamo? Ma la logica dove la buttiamo?». Non sono mancate critiche, anche pesanti, nei confronti di Cuno Tarfusser, il sostituto pg di Milano che ha scritto una richiesta di revisione che non aveva titolo di presentare.

Forte anche la voce dell’avvocato Massimo Campa, legale dei fratelli Castagna:«La confessione non è una sola, ma sono innumerevoli. E invece le ritrattazioni dove sono? Olindo Romano si sottrae all’esame. E la ritrattazione dell’uomo ingannato, della persona che è stata costretta a confessare, qual è? Poche parole abbozzate» altro che «urlo di innocenza. Rosa Bazzi manco viene in aula a raccontarlo, ma manda un foglio della spesa. La profondità di queste ritrattazioni è pari alla profondità delle tesi difensive». La strategia della difesa è «guardare il pezzettino, quello che crea clamore, poi allarghi e scopri la verità». Come quando, allargando appunto, ascolti la descrizione di Olindo Romano di quella spranga usata come arma del delitto: la “stanghetta” da tenere in auto che non si sa mai: «Ma chi di noi va in giro con una spranga nell’auto? Lui! E questo dimostra l’indole violenza». Che ha scatenato «l’odio atavico, casalingo» che quando esplode spinge i due coniugi a «prendere le armi che hanno in casa per difendere casa loro». E poi l’ironia, amara, sull’alibi: la cena al McDonald. «Ma avete visto cosa ordinano? Una coca media, un Macbacon, gamberi.. un caffè: 8 euro e 25. La cena dei coniugi che mangiavano presto e che quella sera, di lunedì non di sabato, cenano alle 21.37 è la cena per una sola persona. Ma vi sembra credibile».

Cinque ore e mezzo di udienza. Quindi è la difesa stessa a chiedere un time out: «Dobbiamo studiare le memorie depositate». Il presidente della corte, Antonio Minervini (che in mattinata aveva ricordato che l’udienza poteva anche concludersi con un pronunciamento di inammissibilità), sospende l’udienza. Un’occhiata all’agenda. Non c’è spazio a breve. Ci si rivede il 16 aprile. Quel giorno dall’11 dicembre saranno passati 17 anni, 4 mesi e 5 giorni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA