Cantù, analisi De Pol: «Ha grande talento
però è discontinua»

Parla l’ex giocatore, ora commentatore Rai. «C’è tutto quel che serve per primeggiare e gioca a tratti una pallacanestro super: ma poi dà un calcio al secchio»

Difesa, continuità all’interno della partita e massima allerta alle possibili sorprese. Queste le linee-guida, chiamiamoli pure consigli, di Alessandro “Sandrino” De Pol, per Cantù in vista del rush finale della fase a orologio e per i playoff. L’ex giocatore, ora apprezzata spalla tecnica per la Rai, ha commentato con Maurizio Fanelli la Final Four di Coppa Italia a Roma.

È stata un’esperienza positiva, a giudicare dalle sue parole: «Ho ritrovato una competizione bella, con tanto entusiasmo sugli spalti. L’avevo già fatta, vincendola, come assistente di coach Ramagli a Verona nel 2015. Una rassegna cresciuta a tutti i livelli».

De Pol ha visto da vicino tutte le quattro squadre di A2. E ha analizzato in particolare Cantù. Giudizio? Sintetizzando, una squadra bella ma inespressa. «Mi viene in mente una massima di coach Aza Nikolic. Cantù, come diceva lui, mi ricorda il contadino che riempie il secchio con il latte e poi dà un calcio al secchio rovesciandolo». Fuor di metafora, per De Pol è una squadra dal potenziale altissimo ma…: «Cantù ha tutto quel che serve per primeggiare: lunghezza del roster, fisicità e varietà. Gioca a tratti una pallacanestro super, con una marcia in più rispetto alle altre. Poi ti giri un attimo e ti accorgi che i suoi avversari sono in vantaggio». Com’è possibile? «È una squadra dal grandissimo talento, che paga a caro prezzo i momenti di discontinuità. È un problema che dovrebbe risolvere affinché non divenga letale».

De Pol ha apprezzato la difesa messa in campo contro Forlì in semifinale: «È un tema che sicuramente è all’ordine del giorno, a Cantù e in tutte le squadre. Si parte sempre dalla difesa, se vuoi vincere: è una regola vecchia ma sempre efficace. È giusto che si dica che Cantù debba ripartire da questa prova positiva in difesa: l’ha fatto a Roma, può rifarlo».

È andata però male e, alla fine, il trofeo l’ha vinto Forlì: «Credo che la Fortitudo Bologna abbia il miglior quintetto di tutta la A2. Ma a Roma, in finale, ha pagato dazio per l’infortunio di Aradori. Quando è uscito Freeman, ha perso il suo riferimento principale sotto canestro».

Cosa aspettarsi, tra poco più di un mese, dai playoff? «Saranno agguerriti, a giudicare quel che è successo a Roma. Non si può restringere la corsa promozione alle sole quattro finaliste, vanno considerate anche Udine, che si è tutelata con un “fighter come Cannon sotto canestro, ma anche Verona, Trieste e Torino. La possibile sorpresa? Rieti, con i suoi due Usa fortissimi».

Alla fine, questa Coppa è indicativa in ottica promozione? «Fino a un certo punto. A Verona vincemmo la Coppa Italia 2015, chiudemmo a +8 sulla seconda in campionato ma uscimmo ai quarti contro Agrigento. Al contrario, da giocatore, nel ’99 a Varese perdemmo la finale di Coppa contro la Virtus Bologna: eravamo a +7 a 2’ dal termine. Quel ko inatteso e la delusione che ne derivò ci diedero la molla per batterli in finale scudetto…».

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