L’Antunel ne fa 62: «Cantù competitiva, ma non è favorita»

L’indimenticato Bomber dei bomber, Antonello Riva: «Il premio a me intitolato? Fa bene la Lega Basket a ricordarsi di noi»

Buon compleanno, Antunel. Il Bomber dei bomber, al secolo Antonello Riva, spegne oggi 62 candeline e lo fa in giorni particolari, quelli in cui la Lega Basket di serie A ha deciso di intitolargli il premio per il capo cannoniere al termine della stagione regolare. Fa il paio, anzi il tris, con quello al miglior allenatore, abbinato a Sandro Gamba, e all’Mvp della stagione, intestato a Dino Meneghin.

Una bella compagnia, per lui che è nato a Rovagnate - che non esiste più ed è diventata La Valletta Brianza - ma che si sente rigorosamente uomo di queste terre, malgrado vicende professionali lo portino lontano.

Tanti auguri, Bomber. Il compleanno è sempre il compleanno...

Sì, lo so. La vostra tentazione è quella di sminuirlo, visto che non si tratta di uno tondo. Ma per me, che sono nato nel ’62, i 62 anni non sono traguardo banale.

Peccato, allora, che abbia giocato una vita con il 12 sulla maglia. Avesse avuto il 62 oggi avremmo fatto bingo...

Ecco, continuate a sottovalutarlo. Ma non siete stati voi a chiamare?

Assolutamente sì e abbiamo pure aspettato scientemente il 28 febbraio, data da predestinati, dato che è nato anche Dino Zoff...

Visto? State facendo tutto voi. Quindi?

Quindi vogliamo partire dalla scelta della Lba, che la pone una volta di più nell’olimpo del nostro sport.

Sono contento, non potrebbe essere altrimenti. E non perché io fossi coinvolto in prima persona, anzi: dal basket sono fuori da 10 anni e l’ultima cosa che farei è tornarci. Ma mi inorgoglisce la possibilità di poter dare una mano al movimento per crescere. L’ho detto anche al presidente Umberto Gandini: ottima idea ricordare e coinvolgere chi ha fatto la storia. Cosa rara nel nostro basket, da altre parti invece...

Invece?

C’è una sensibilità diversa. Soprattutto c’è l’esigenza condivisa di coinvolgere i grandi campioni, che anche da ex possono essere determinanti. Jorge Garbajosa, ad esempio, ha fatto il presidente della Federazione spagnola e ora è alla guida di Fiba Europa. In tutte le altre Federazioni ci sono o ci sono grandi del passato in figure chiave. A me in dieci anni non mi ha mai filato nessuno, ecco perché sono davvero strafelice di questa scelta, che mi riempie di orgoglio.

Come l’ha saputo?

Il sabato della Final Eight di Coppa Italia mi hanno celebrato a Torino, tra una partita e l’altra, come detentore dei record di punti in serie A e in Nazionale. Gandini, senza troppo sbilanciarsi, mi aveva parlato della sua idea e dell’intenzione di portarla in consiglio. Una volta ratificata, mi hanno subito chiamato.

Diciamo che non è in cattiva compagnia...

Dino è Dino. L’ho sempre detto, e l’ho pure scritto nella mia biografia: con Pierluigi Marzorati è l’architrave della fortuna di questo movimento. Se arrivammo a sfiorare la popolarità del calcio in Italia, il merito fu tutto di Meneghin e del Pierlo. Il coach una scelta perfetta. Vero è che la scuola italiana è tra le migliori del mondo e quindi di possibilità di scegliere ce ne sarebbe stata, ma Gamba è un gradino sopra tutti.

A proposito di Gamba, uno di quegli allenatori che hanno segnato la sua carriera.

Assolutamente sì. Prima e dopo il mio esordio in Nazionale. Ricordo che, appena si intuiva potesse venire alla partita, si alzava il livello dell’attenzione e della concentrazione. Quando poi lo vedevo entrare, mi partiva una scarica di adrenalina. Si sapeva che sarebbe venuto a vederti in chiave azzurra.

Che anni insieme a lui...

Non mi vergogno di dire che pendevo dalle sue parole. Seguivo i consigli, uno a uno. Abbiamo vissuto tantissimi momenti e grandi esperienze. Ho sempre potuto toccare con mano il livello umano, che arriva a superare persino quello tecnico.

E con super Dino?

Mi ha aperto una finestra che non conoscevo. Ero cresciuto con educazione canturina e marzoratiana: cultura del lavoro e zero svaghi. Poco spazio, se non nullo, allo scherzo, soprattutto se si preparava una partita. Meneghin, invece, viveva la tensione in altra maniera, la esorcizzava e la stemperava. E arrivava alle sfide lo stesso pronto e senza praticamente aver consumato energie nervose.

Un rapporto ancora fortissimo, il vostro.

Merito soprattutto delle mogli, pure loro grandi amiche. E, quando vanno d’accordo le donne, l’80%, se non di più, è fatto.

Alla fine, dunque, un bel regalo di sessantaduesimo compleanno...

Davvero, sono orgoglioso e felice di essere utile al movimento. Nei mesi di uscita della mia biografia Il volo di Nembo Kid, un’altra bella soddisfazione.

Come festeggerà?

A proposito di Nembo Kid, in mattinata sarò in Rai a celebrare i cento anni dalla nascita di colui che ha coniato il soprannome, ovvero Aldo Giordani. Poi farò un salto nella nostre sede a Desio e stapperò una bottiglia con la mia squadra di lavoro.

Cantù? Può dirci qualcosa?

L’ho vista qualche volta. L’ultima proprio domenica contro Nardò. La Nazionale aveva ormai preso il largo e allora ho girato sulla Lnp. Anche lì a un certo punto per la S. Bernardo sembrava fatta, poi quel finale...

Meno male che ha vinto...

Davvero, perché sono queste le partite che più nascondono insidie.

In definitiva, che impressione si è fatto della squadra del presidente Allievi?

Contro Nardò non c’era Moraschini, non un’assenza qualunque. Ma rimango della mia idea.

E cioè?

La squadra c’è ed è competitiva, ma sono tante le variabili che faranno la differenza. Bisogna vedere, soprattutto, in che condizione arriverà ai playoff e se non avrà assenze. Io qualche campionato l’ho vinto, ma anche perché avevo la squadra nettamente più forte. Cantù non lo è. Se la giocherà con almeno altre quattro o cinque, ecco perché non sarà facile. Però, lavorando bene, ha ancora margini di crescita. L’organico lo permette.

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