Il coach De Raffaele messo a nudo: «Io mai contento, fatti e poche parole»
Basket Walter De Raffaele, allenatore Pallacanestro Cantù: «In passato ho pagato per essere sempre molto diretto. Ma non cambio»
Tutto tranne che finto. Disposto a dare tutto sé stesso per la salvezza, ma anche a pretendere tanto, tantissimo dai suoi giocatori. Toscanaccio fino al midollo, senza troppi peli sulla lingua: ecco coach Walter De Raffaele. Che, un mesetto dopo il suo arrivo a Cantù, ha raccontato l’atterraggio e l’impatto. Con previsioni e speranze anche su... Sanremo, che seguirà.
Coach, è arrivato di corsa a Cantù. Come si sta?
Mi trovo bene, nelle città piccole sono sempre a mio agio. Al di là dell’amicizia con Carlo Recalcati e Dionigi Cappelletti, che mi coinvolgono in qualche uscita, non ho avuto modo di uscire tanto. E poi sono vicino a Pavia, posso vedere più spesso mia figlia, che abita lì.
Percepisce di essere in un posto dal grande passato?
Cantù è stato un top club, un orgoglio e soddisfazione per tutti e non va mai dimenticato. Ma sono passate generazioni, proprietà e sono cambiati i tempi. Pensare che sia facile replicarli, è molto rischioso.
Quindi, testa al presente?
Non solo. Al presente, per ovvi motivi, e al futuro: la proprietà sta facendo di tutto per dare un domani migliore, ed è salita in A per restarci.
L’ha detto lei: “Quattro partite e due vittorie, non male”.
Non sono mai soddisfatto in generale. Quando ottengo qualcosa, penso al giorno dopo e spingo al massimo. Ora contano tanto i risultati: magari si può dire “peccato” per Cremona, ma a Reggio Emilia poteva andare male, quindi bene così. Due vittorie sono un buon punto di partenza, danno fiducia nella qualità del lavoro. Non abbiamo fatto ancora niente, ma sono state tutte partite in cui siamo stati propositivi.
E Février?
Ha avuto un impatto positivo in termini di conoscenza del gioco, sembra molto nel proprio ruolo ed è il giocatore che cercavamo.
Risultati, concretezza e anche qualche... slancio. Sempre lei ha detto: “Le parole le porta via il vento, le biciclette i pisani”...
Beh, la rivalità con i pisani c’è, ma è goliardia. Quello è un modo di dire, perché noi toscani siamo molto concreti, forse poco diplomatici, ma di sostanza. È un modo per dire che i discorsi stanno a zero, che contano lavoro e risultati.
Livorno, piazza sanguigna. C’è la rivalità storica con Pisa e, nel basket, una rivalità cittadina. Come si vive?
Da una parte Libertas e dall’altra Pallacanestro Livorno. Due belle realtà, una ai vertici della A2, una ai vertici della B. La mia speranza è che si possano affrontare l’anno prossimo in A2: i loro successi fanno da traino a tutto il movimento.
Sa che i tifosi del Como e quelli del Livorno non si amano?
Ammetto di seguire poco il calcio.
L’ha citato prima: Carlo Recalcati. Vada pure a braccio...
È un rapporto che nasce in Nazionale, il rapporto si è consolidato a Venezia, dove ho conosciuto la famiglia. Ha un modo di vivere che si confà alle mie idee: amore per la famiglia, la grande empatia con i giocatori, disponibilità, rispetto di tutte le componenti del nostro mondo. Da grande allenatore, ha una dose di umiltà che lo rende speciale.
Quindi stiamo parlando di un’amicizia profonda, è corretto?
A Venezia abitavamo nello stesso condominio. Mio figlio lo sequestrava per giocare con lui alla Xbox, al gioco del calcio. Ma poi ci siamo sempre visti e sentiti, anche dopo il suo esonero da Venezia.
Ci racconta il De Raffaele genuino e spontaneo?
Hai suoi pro e i suoi contro essere così. Essere diretto è una qualità apprezzata dai giocatori, tutti sanno che le cose le dico in faccia e sanno cosa aspettarsi. Dall’altra parte, l’essere poco diplomatico, senza giri di parole, poco accomodante, può essere svantaggioso nel rapporto con le componenti che girano intorno al basket. Ma sono fatto così, educato fin da piccolo a essere così. L’ho pagata alcune volte, ma non rinnego me stesso.
De Raffaele arriva a Cantù e si ritrova subito De Nicolao e Moraschini, due suoi fedelissimi di Venezia. Chi ha avuto più vantaggi?
Loro mi hanno aiutato a passare agli altri qualcosa di già condiviso insieme. Ovvio, i tempi son cambiati e anche io ho diversificato il mio gioco, pur non rinunciando alle mie convinzioni, per esempio sulla difesa, fondamentale per una squadra che deve salvarsi. Loro tutto questo lo sapevano già: è stato uno scambio paritario.
Si parla tanto del De Raffaele allenatore. Ma che giocatore è stato ?
Un play normale, ma pensante. Un “mancinaccio”, senza troppo talento, ma che si è tolto qualche soddisfazione: un campionato di A2 vinto a Desio, poi un po’ di stagioni in A1. Non stavo molto zitto, avevo già l’idea di proseguire su questa carriera.
Ne ha fatti esordire due a partita vinta contro Trento: quanto coach De Raffaele crede nei giovani e nel settore giovanile?
Io nasco in quel mondo, nella Don Bosco Livorno, una fucina di allenatori e giocatori. Credo molto nella possibilità di fare dei percorsi con i giovani, come fu con Tonut a Venezia. Ci deve però essere una visione da parte del club: la serie A non è fatta per sperimentazioni.
Torniamo ai grandi: Cantù non ha ancora vinto contro una “big”. Quanto sarebbe importate farlo?
Sono vittorie che valgono doppio, ma solo se le confermi la settimana dopo. Se va male, quel peso specifico si annulla. Vincere con queste squadre dà una grande convinzione ma, più ci si avvicina alla fine, meno lasciano per strada. Ora noi dobbiamo trovare un assetto da portare avanti fino a fine stagione.
Chi vincerà il Festival?
Spero che vinca Arisa. Da livornese, vorrei vedere Nigiotti nei premi.
L.Spo.
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