«Artigiani, crisi per la burocrazia. E manca il ricambio generazionale»
L’analisi Il calo delle attività è un segnale allarmante: gli imprenditori si interrogano sul futuro. «Il problema è che stanno chiudendo tutti i mercati esteri. Serve anche personale specializzato»
Cantù
I problemi: un difficile ricambio generazionale, una burocrazia soffocante, mercati inaccessibili a causa delle guerre, personalismi locali. Il futuro: puntare sulla formazione ad hoc di giovani imprenditori. E considerare che comunque il settore sembra tenere: chi non chiude, lavora e dà lavoro anche ai dipendenti di aziende arrivate al capolinea.
Sono queste le considerazioni degli artigiani di Cantù all’indomani del dato 2025 da anno nero. Dal 1° gennaio al 31 dicembre scorso, le imprese in città - i dati sono dell’ufficio studi e statistiche di Camera di Commercio di Como-Lecco - sono scese infatti da 1.299 a 1.231 unità: 68 in meno, -7,3%, un calo senza precedenti negli ultimi dieci anni. E nel 2015, tra l’altro, le aziende erano 1.441, 210 in più.
Il quadro
Che succede a Cantù? «Chi va in pensione chiude anche perché il ricambio generazionale è difficile, come è difficile fare impresa - dice Daniele Tagliabue, Emmemobili - Manca anche un po’ la fame degli Anni Sessanta e Settanta. La burocrazia è piena di vincoli, di legacci, anche se ci sono le associazioni di categoria che sono un aiuto importantissimo. Inoltre il Middle East è fermo e la paura blocca un certo tipo di mercato». Maurizio Riva, Riva 1920, ha la dicitura di industria mobili nel nome dell’azienda, ma è un creatore lui stesso di reti virtuose proprio nel mondo dell’artigianato. «Oggi trovare un falegname è difficile, inoltre c’è la vicinanza della Svizzera che non aiuta. Negli anni Ottanta un falegname guadagnava bene? Vero, però si era disponibili a lavorare anche il sabato pomeriggio».
Per Sandro Pifferi, Pifferi&Alpi: «La burocrazia invece di migliorare è peggiorata. Il ricambio generazionale è spesso complicato. Per tante aziende non c’è futuro. Agevolazioni e concorsi: ci sono così tanti cavilli che a uno gli scappa la voglia di partecipare».
Per Massimo Moscatelli, Moscatelli Bruno Srl, nella Giunta della Camera di Commercio Como-Lecco, settore artigianato, tesoriere con delega al territorio di Confartigianato Imprese Como: «Sono numeri che come associazione di categoria un po’ ci preoccupano. Stiamo cercando di fare un corso per dirigenti e cominciare a formare i giovani, far capire che fare l’artigiano può essere una professione importante. L’occupazione, comunque, regge. Se qualche azienda viene chiusa, il personale viene assorbito».
Le riflessioni
Per Marco Bellasio, Effebi Arredamenti, presidente del settore arredo di Confartigianato Lombardia e presidente del settore legno arredo di Confartigianato Imprese Como: «Sono numeri che possono spaventare ma il numero delle aziende ha un valore fino a un certo punto, contano i livelli occupazionali, i fatturati. Il problema è che stanno chiudendo tutti i mercati: Russia, Ucraina, ora il Medio Oriente. Il problema vero, nel distretto, è che ognuno si è mosso in maniera personale».
Amareggiato l’architetto Alberto Novati: «Il piccolo artigiano che viveva con i consorzi non c’è più, ora ci sono nomi di punta, il resto è un indotto senza troppe qualificazioni specializzate. Importante puntare sulla formazione obbligatoria: per formare un artigiano che è capace di lavorare tutto il ciclo produttivo, ci vogliono dai cinque ai dieci anni di lavoro».
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