«Credevano che fallissi, ma parlano le opere. Solo cattiverie su di me»
L’intervista Alice Galbiati, sindaco di Cantù, fa il punto del mandato: «Chi lavora a volto scoperto è un bersaglio facile per quelli che restano nell’ombra»
Lettura 4 min.Quando è stata eletta, giovane e senza molta esperienza, probabilmente – l’ha capito poi – c’era chi, pur sorridendo, sperava che la sua giunta andasse a schiantarsi. Oggi, che è ancora al suo posto, il sindaco Alice Galbiati ha capito le regole del gioco e, più robusta e più disincantata, guida una città che «dopo anni faticosi cerca con coraggio di rimettersi in moto».
Anche il secondo anno del Galbiati bis è andato. Com’è stato?
Intenso, come il primo e come i cinque precedenti: sette anni in cui Cantù non si è mai fermata, nemmeno negli anni più difficili della pandemia, quando il coraggio di continuare a progettare valeva quanto la capacità di reagire all’emergenza. Sarà il tempo a restituire la vera dimensione di tutto ciò che è stato realizzato in questi anni; nel frattempo, le opere in cantiere parlano da sole.
Dopo 35 anni d’attesa la Pallacanestro Cantù è entrata nell’Arena. È orgogliosa di essere il sindaco che assiste a questo momento o rammaricata che sia servito così tanto?
Sono orgogliosa. Di avere buttato il cuore oltre l’ostacolo e di aver creduto in questo progetto quando ancora era solo un’idea: molti mi consigliavano di non farlo, qualcuno profetizzava la fine della Pallacanestro Cantù sotto il mio mandato. Chi ha scommesso sul fallimento di questa città ha avuto la risposta che si merita: i fatti. Al di là di ogni polemica da bar. E chi pensa che sia stato facile, o merito esclusivo dei privati, dovrebbe considerare che questo è il primo progetto in Italia realizzato con la Legge Stadi, la normativa che disciplina la costruzione di nuovi impianti sportivi in partenariato pubblico-privato.
Sull’Arena si punta molto, per il rilancio della città anche sul fronte dell’economia. Ma da sola non basta.
L’Arena è un’opportunità straordinaria, ma va vissuta come un volano, non come un punto d’arrivo. Cantù dovrà cogliere questa occasione offrendo servizi adeguati a chi la sceglierà come meta. Ed è per questo che lavoriamo su più fronti: la variante generale al pgt, per stimolare privati e imprenditori, il progetto del MoMe per inserire la città nell’offerta turistica del lago di Como, e ancora prima il Festival del Legno, che sta finalmente restituendo al tessuto economico cittadino quel salto di qualità atteso da anni. Un salto che, però, nessuno può fare da solo: serve il contributo di tutti, istituzioni e imprese insieme.
Sembrava una provocazione, ma non è così: l’Arena è stata terminata prima della riapertura del Parini. Quali sono le prospettive?
Mi piace dire le cose come stanno: il Parini è una ferita aperta, un cantiere in cui tutto quello che poteva andare storto è andato storto, con disagi reali per le società sportive, che meritano rispetto e riconoscenza per la pazienza dimostrata. Oggi, dopo anni di fatica, la riqualificazione strutturale si è finalmente chiusa e il settore è già al lavoro sulla progettazione degli interventi necessari alla messa in funzione dell’impianto, per i quali il relativo finanziamento è già stato stanziato.
Cantù guarda – deve guardare – sempre più a Milano. Ma la strada per arrivarci, la Milano-Meda, sta per diventare a pagamento. C’è ancora spazio per evitare questo salasso ai cittadini?
Il confronto con la Regione è concreto. Detto questo, bisogna ricordare che il pedaggiamento della tratta è frutto di una decisione presa oltre trent’anni fa, con la quale oggi siamo chiamati a fare i conti: preferisco dire ai cittadini la verità, piuttosto che rincorrere lo slogan facile della gratuità totale. Se, come dice Regione, la strada percorribile è quella degli sconti, allora scelgo la via del pragmatismo, concentrandomi su quali sconti e compensazioni si possono ottenere per i pendolari e i residenti dei Comuni limitrofi, canturino compreso.
Sicurezza: la buona notizia è che l’iter per realizzare il commissariato procede. La cattiva è che i cittadini non si sentono tranquilli, assistono a fenomeni, come la presenza di baby gang, che generano grande inquietudine. Come reagire concretamente?
Con lo stesso pragmatismo e senso della realtà che applico a ogni cosa. Partirei però da una riflessione più ampia: la sicurezza è un tema che ogni Comune, a ogni latitudine, è chiamato ad affrontare, e noi lo abbiamo sempre fatto con serietà, anche grazie alla sinergia con il ministero dell’Interno, in particolare con l’onorevole Nicola Molteni, con il Prefetto, il Questore e tutte le Forze dell’Ordine, che ogni giorno dobbiamo ringraziare. Il Commissariato sarà un risultato eccezionale, il cui impatto supera l’opera fisica.
In questi oltre sette anni di amministrazione c’è qualcosa di cui si pente?
Sono stata chiamata a questo ruolo a 34 anni e da allora ogni mattina sono consapevole del peso e della responsabilità, ma rimango fedele ai propositi del primo giorno: restare me stessa. Detto questo: mi pento di aver dato troppo peso a cattiverie e finta vicinanza, spesso frutto solo dell’invidia. Ho imparato, col tempo, che chi amministra a viso scoperto è sempre un bersaglio più facile di chi preferisce restare all’ombra delle critiche. Fortunatamente negli anni il filtro è decisamente migliorato.
E una di cui va particolarmente fiera?
Averci sempre messo la faccia. Anche al posto di altri, quando si è reso necessario, con il coraggio di parlare anche quando sarebbe stato più comodo tacere. Le soddisfazioni più grandi, per il momento, le tengo nel cassetto. Ho sempre cercato di restare in equilibrio rispetto a certe fughe in avanti di chi, quando si vince, sale sul carro pieno, salvo sparire quando qualcosa non funziona, perché in quel caso la colpa è sempre del Sindaco.
Sul fronte politico, dopo anni inquieti, oggi la navigazione della maggioranza – almeno dal fuori – appare placida, escluso qualche battitore libero. È destinata a durare o le prossime elezioni politiche agiteranno le acque?
Le elezioni increspano sempre le acque. Qualcuno lo chiama compromesso, ma la verità è che in una maggioranza le ambizioni personali devono sempre restare subordinate al bene comune. C’è chi ci crede davvero e chi un po’ meno. Chi lavora con questo spirito trova sempre equilibrio, alla fine; chi insegue i propri interessi, prima o poi, si rivela per quello che è e quell’equilibrio rischia di perderlo. Io amministro per Cantù, qualunque sia il clima politico del momento, e resterà il mio obiettivo fino all’ultimo giorno di mandato.
Cantù era la città del mobile, poi qualcuno negli anni Duemila l’ha definita quella dell’immobile. Oggi, come si definisce la Cantù amministrata da Alice Galbiati?
Cantù è la città del saper fare, che dopo anni faticosi cerca con coraggio di rimettersi in moto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA