Pieni poteri al sindaco sulle cause legali: il retroscena sul dirigente Noseda

Como Slitta l’udienza nella quale il Comune chiede di cacciare il superdirigente. Rapinese non voleva: si è pure presentato in Tribunale, ma non aveva poteri

Se ci pensate, la situazione è ben oltre il paradosso. I dossier più importanti del Comune li gestisce lui. Ma il segretario generale della sua amministrazione lo vuole cacciare. Nonostante il sindaco sia contrario. E così l’ente pubblico con una mano firma la causa per chiedere al giudice di annullare il contratto di lavoro con il suo superdirigente, e dall’altro il primo cittadino continua ad affidargli i temi più complessi e spinosi di quello stesso ente.

C’è soprattutto il caso Noseda - ma non solo - dietro la decisione del sindaco Alessandro Rapinese di avocare a sé l’ultima parola sulle cause legali del Comune di Como. Il primo cittadino, infatti, non ha mai digerito la decisione del segretario comunale e della dirigente al personale di aprire una causa di lavoro contro Luca Noseda, superdirigente fortissimamente voluto dallo stesso Rapinese quattro anni fa al punto da far litigare il primo cittadino di Como con la collega di Cantù, Alice Galbiati.

Dall’assunzione alla causa

Noseda era stato assunto a tempo indeterminato, nel maggio del 2022. A fronte del diniego alla mobilità tra amministrazioni, il tecnico aveva deciso di affidarsi a un articolo del contratto di lavoro dei dirigenti che prevede il raddoppio dei termini di preavviso, in caso di mancato nulla osta. E così il 28 febbraio aveva presentato le dimissioni, diventate operative a fine giugno, con inizio lavoro a Como l’1 luglio. All’epoca Palazzo Cernezzi ritenne la procedura del tutto regolare. Ma agli inizi dell’anno scorso, all’improvviso, la nuova segretaria comunale e la nuovo dirigente al personale misero in discussione la correttezza dell’assunzione. Cercarono di sanare il tutto chiedendo un nulla osta retroattivo a Cantù, che si è rifiutato. Da qui la decisione di procedere per vie legali.

In realtà il Comune, se riteneva che il contratto era nullo, poteva intervenire in autonomia in autotutela a cancellarlo. Ma la decisione è stata di affidare questo onere a un giudice.

Lo scorso aprile, in una precedente udienza, il magistrato aveva tentato una conciliazione. In quell’occasione si era presentato in aula anche Rapinese, che sponsorizzava l’accordo per uscire dall’impasse, ma non avendo alcun potere decisionale sul punto è stato costretto a rimettersi al volere dei suoi dirigenti. Che hanno deciso di andare avanti.

Ieri era fissata l’udienza forse decisiva, ma la giudice - alla quale sono state assegnate decine di cause di sfratto - è stata costretta a rinviare agli inizi dell’anno prossimo. Il fatto, paradossale, è che il datore di lavoro di Noseda chiede al magistrato non solo l’annullamento del contratto, ma anche la restituzione di tutti gli stipendi e pure l’inibizione al proprio dirigente di entrare in Comune, di usare il badge e la posta elettronica. Insomma, da un lato il sindaco gli delega tutto o quasi. Dall’altro il Comune dello stesso sindaco gli vuole dare il benservito. Chissà che, ora, qualcosa cambi in una strategia che peraltro è già costata, ai conti pubblici, svariate migliaia di euro di spese legali.

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