“Man” è il nuovo album di Daniele Fumagalli: nel disco anche storie di Cantù
Musica Un disco cantato in dialetti, undici brani in brianzolo, due in siciliano e uno misto. «C’è la memoria operaia e anarchica del mio territorio, il Canturino, c’è la sartina in pensione che cuce e c’è un fiume intombinato che straripa ponendoci l’interrogativo se, barattando boschi per parcheggi, abbiamo fatto davvero un affare».
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“Man” è il nuovo album di Daniele Fumagalli, cantautore conosciuto sul territorio. Il titolo non significa, come verrebbe spontaneo nel pensare al termine inglese, “uomo”. «In brianzolo: “mani” - spiega Fumagalli - Penso che questo album abbia un preciso valore artigianale. “Man” è un disco cantato in dialetti: undici brani in brianzolo, due in siciliano e uno misto. Ho deciso, quasi pasolinianamente, di rivolgermi a chi ascolta con la lingua che ritraeva le lucciole scomparse, forse per essere certo di non mentire». Per poi aggiungere, non senza autoironia: «Sapendo che come cantautore non diventerò mai famoso, tanto vale non diventarlo usando una lingua autentica, per canzoni che ho la presunzione di definire d’autore».
L’album è volutamente a disposizione di tutti su YouTube: basta inserire nel motore di ricerca “Man Daniele Fumagalli”. «In queste quattordici canzoni - aggiunge - non troverete il pur rispettabile folklore da sagra paesana. Troverete la Storia, quella che morde la carne: c’è “Il Canto di Gedale”, con la poesia partigiana di Primo Levi tradotta in musica e brianteo. C’è il sangue fresco di Anas Jamal, reporter di Al Jazeera ucciso sotto i bombardamenti nell’estate del 2025. C’è la memoria operaia e anarchica del mio territorio, il canturino, con la storia del falegname socialista Alfredo Romanò che nel 1932 tirò una bottiglia in testa a quattro camicie nere che tentavano di sopraffarlo. C’è la sartina in pensione che cuce le mascherine per il Covid, e c’è un fiume intombinato che straripa ponendoci l’interrogativo se, barattando boschi per parcheggi, abbiamo fatto davvero un affare».
Ancora: «C’è la storia vera di un leone scappato da un circo che diventa una metafora per descrivere i lavoratori di oggi. Ci sono due traduzioni: una di Luigi Tenco e una di Francesco Guccini, portate nel mio dialetto. Infine, le due canzoni in siciliano scritte dal mio bassista servono a mettere specchio due parlate, ricercando radici e sonorità in cui confrontarsi. Avanzo verso di voi con il mio metro e novanta di ossatura brianzola e la mia barba selvatica. Nei miei occhi non troverete il disprezzo, sentimento troppo facile, ma una lucidissima, quasi eroica, rassegnazione. La mia mente sa che è tutto inutile, ma la mia volontà resta ostinatamente pedagogica. Ed è qui che arrivano le man. Mani grandi, adatte per agire. Mani che continuano a suonare».
Invito finale: «Prendetelo per quello che è: il racconto di un cantastorie che celebra uomini e donne comuni, ma straordinari nelle loro azioni».
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