Una canturina in Sierra Leone: «Lì ho capito la giustizia sociale»

La storia Beatrice Bianchi, 29 anni, ripartirà oggi per l’Africa con il Cuamm: «Ho vissuto tre mesi lì, ora felice di ritornare un anno: c’è tanto da imparare»

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Cantù

Inizia oggi, lunedì 17 agosto, la prima missione di lungo periodo per “Medici con l’Africa - Cuamm” della canturina Beatrice Bianchi. La ventinovenne dovrà spostare tutta la sua vita in Sierra Leone, dove soggiornerà nella capitale Freetown impegnata a gestire la parte amministrativa di un progetto di formazione delle risorse sanitarie locale realizzato dall’ong.

Aiutando le donne

La Sierra Leone, Paese segnato prima da una guerra civile iniziata nel 1991 e conclusasi nel 2002, poi, nel 2014, da un’epidemia di ebola, non è un luogo nuovo per Bianchi. La giovane canturina aveva già trascorso, un anno fa, tre mesi nella città di Makeni, per svolgere il servizio civile con Caritas. «Ci sono capitata un po’ per caso e ora sono felice di tornare» spiega Bianchi, laureata in lingue medio-orientali e con alle spalle anche un’esperienza di stage in un’altra importante organizzazione, Medici Senza Frontiere. «Durante la mia esperienza precedente in Sierra Leone ho conosciuto tre donne incinte - racconta - Di queste, solo una è riuscita a portare a termine la gravidanza e dopo pochi mesi, il bambino è morto. Credo sia importante prendersi cura della salute delle mamme e dei bambini, come fa il Cuamm, perché è lì e nei primi cinque anni di vita che si gioca il futuro di una persone e di un Paese».

La missione del Cuamm in Sierra Leone è attiva del 2012,anno in cui l’organizzazione ha iniziato a operare nel distretto rurale di Pujehun, il primo distretto a essere dichiarato “Ebola Free” dopo lo scoppio dell’epidemia. Da marzo 2016, il Cuamm accetta la richiesta del Ministero della Sanità del Paese per intervenire anche a Freetown e rilanciare il Princess Christian Maternity Hospital, la principale maternità del Paese che, con i suoi 125 posti letto, è un punto di riferimento ed effettua oltre 8.500 parti all’anno. La lotta alla mortalità materno-infantile è la nuova sfida da vincere, nel Paese con il tasso più alto al mondo di mortalità di mamme e bambini.

Il senso del lavoro di cooperazione

Della precedente esperienza a Makeni, Bianchi però sottolinea anche la bellezza dei paesaggi della Sierra Leone e lo spirito di accoglienza che le hanno riservato i cittadini della Sierra Leone: «Un luogo che non è solo vulnerabile, ma da scoprire e raccontare. Lì ho visto cristiani e musulmani lavorare e pregare fianco a fianco e ricevuto tanti esempi di solidarietà da cui imparare. La vitalità delle persone che ho incontrato mi è rimasta nel cuore e ora sono felice di tornare i un luogo che mi ha insegnato cos’è la giustizia sociale. Noi abbiamo delle responsabilità storiche per le condizioni di vulnerabilità e fragilità di tanti Paesi africani. Lavorare in cooperazione significa cercare di riequilibrare un po’ questo divario». Tra le mansioni che Bianchi dovrà svolgere c’è anche la parte logistica di un corso di formazione che coinvolgerà personale sanitario insieme a personale del Princess Christian Maternity Hospital.

«Il progetto mi darà la possibilità di lavorare anche con chi permette a una struttura complessa come un ospedale di funzionare - conclude Bianchi - pur magari restando più nell’ombra, penso a chi non è un medico o un infermiere, ma è essenziale alla vita dell’ospedale».

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