Vent’anni in parrocchia, poi la svolta: don Luca ha scelto la vita monastica
Cantù Don Luca Corbetta, 55 anni e originario di Cantù, vivrà nella comunità benedettina di Germagno, in Valstrona
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Non solo prete, ma anche monaco. Questa la nuova scelta di vita di don Luca Corbetta, ora fratel Luca, 55 anni, originario della parrocchia di San Michele a Cantù.
La comunità pastorale San Vincenzo, di cui fa parte la parrocchia stessa, ha voluto darne notizia attraverso la pubblicazione Vita Comunitaria. Don Luca è stato parroco della comunità pastorale Sant’Agostino a Sesto Calende, in precedenza vicario della pastorale giovanile a Gallarate, oltre che vicerettore e docente del Seminario Arcivescovile di Milano. «È il racconto di qualcosa di singolare, dovuto al mio carattere, alla mia struttura individuale - spiega in una lettera aperta - Non può, quindi, essere generalizzato ad altri preti o addirittura a tutti. Sono entrato in monastero dopo venti anni di servizio come prete in parrocchia. Cosa mi ha portato a questa scelta? La necessità di cambiare la forma della mia relazione con Dio. Ho avvertito che dovevo donare a Dio la mia vita fin da quando ero un ragazzo. Di sicuro da quando, dalla fine delle scuole elementari e, in modo più consapevole, durante le scuole medie, facevo il chierichetto. Mi piaceva andare a Messa e pregare da solo nella cappella dell’oratorio. Da solo. Solo con Dio».
«Con il passare del tempo - prosegue - la necessità di una relazione particolare con Dio è proseguita nella prospettiva di diventare prete. Durante gli anni da prete, però, la qualità della mia relazione con Dio non ha mai raggiunto il traguardo che desideravo e che mi avrebbe messo in uno stato di pace. Volevo pregare diversamente, con più tempo, con più calma. Volevo “perdere” molto più tempo da solo con Gesù e non riuscivo. Carenza dovuta al modo in cui un prete in parrocchia deve vivere? Anche, ma non solo. Carenza dovuta a ciò che c’è tra me e Dio, a come sono io, compresi difetti e fragilità».
«Non mi sono risparmiato nell’essere a disposizione degli altri - continua - e ho pregato tanto che Gesù rendesse questa mia offerta sufficiente a soddisfare la mia sete di Dio. Non è accaduto. Ho dovuto cercare un altro habitat e l’ho trovato nel monastero. Ho chiesto accoglienza alla comunità monastica di Germagno, piccolo paese della Valstrona, nei pressi del lago d’Orta. È il luogo in cui andavo ogni tanto a pregare per uno o più giorni al di fuori del contesto parrocchiale. Sono arrivato in monastero e ho iniziato un dialogue con il priore della comunità e con il vicario episcopale mio responsabile a livello diocesano. Dopo il primo anno di permanenza ho chiesto di iniziare la formazione monastica sospendendo, con il consenso dell’Arcivescovo, il servizio in Diocesi».
Sabato scorso - l’altroieri - la sua prima professione monastica: «Questo passaggio non significa rinunciare ad essere prete. Rimango prete, prete non più parroco ma monaco, non più impegnato nel servizio parrocchiale ma nella fraternità monastica. Prete guidato dai voti monastici di stabilità, conversione e povertà vissuti secondo la regola di San Benedetto. Con la professione divento un monaco benedettino della Congregazione Sublacense Cassinese, un monaco che, oltre agli altri compiti a me affidati nel lavoro che quotidianamente svolgiamo, si mette al servizio della comunità monastica come prete».
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