Da Fino alla Svizzera  I tentacoli a Zurigo
Alcune delle intercettazionicon riferimenti alla Svizzeraeffettuate dagli inquirentinell’indagine che ha portato all’arresto di 39 persone

Da Fino alla Svizzera

I tentacoli a Zurigo

La “locale” e l’attività oltre confine nelle carte dei magistrati. La “mangiata” nell’orto e gli incontri vicino alla stazione: tutto intercettato

La città prediletta è Zurigo, capoluogo dell’omonimo cantone, tra l’altro sede di una “mangiata” (cioè di una di quelle riunioni pantagrueliche organizzate per impartire ordini, stabilire direttive e strategie) convocata nell’orto di Rocco La Rosa, il 30 maggio del 2020.

Dalle parti della stazione ferroviaria di Zurigo c’è un bar, “Zì Maurì”, di fatto di proprietà di Giuseppe Maurizio Vallelonga, 62 anni, originario di Nardodipace, in provincia di Vibo. Vallelonga è il coprotagonista di una serie di intercettazioni ambientali confluite nelle carte dell’inchiesta della Dia, e ritenute dagli investigatori utili a corroborare la tesi della definitiva creazione di una filiale finese oltre il Gottardo, con tutte le liturgie tipiche dell’ambiente.

La pistola a tamburo

Siamo nell’estate del 2020, subito dopo la prima ondata pandemica, e Vallelonga interloquisce, a bordo di un’auto, con alcuni amici. Tra loro c’è Michelangelo “Bocconcino” La Rosa, 50 anni, uno tra i destinatari dei provvedimenti di fermo di martedì, ritenuto “reggente” in seguito all’arresto del nipote Pasquale, fermato il 4 giugno precedente con poco più di un chilo di cocaina mentre a Chiasso provava a entrare in Svizzera (Pasquale è il figlio di Giuseppe La Rosa, detto “Peppe la mucca”, mammasantissima di primissimo piano, in carcere dai tempi dell’operazione Insubria, anno 2014). Vallelonga si fa bello con i suoi compari, raccontando loro di avere esploso cinque colpi d’arma da fuoco contro l’auto di un tizio che, lassù a Zurigo, gli passava di continuo davanti al bar facendo rumore, come per dargli quanto più fastidio possibile. Pum, pum, pum... Un residente zurighese - evidentemente poco avvezzo alla coabitazione con quel tipo di approccio così “rusticano” - chiama la polizia cantonale, che quando approda all’esterno del locale non trova bossoli. A chiarire il “mistero” è lo stesso Vallelonga, che nel corso della medesima intercettazione si vanta d’avere utilizzato, nell’occasione, un’arma a cinque colpi che «sembra un cannone», chiara indicazione - scrivono i pubblici ministeri - «riferibile a una pistola a tamburo». Del resto, come conferma ancora il barista di Zurigo, trattavasi d’arma che tira «certe castagne tante... Cinque ne aveva, tutte e cinque sopra quella macchina». Come abbia fatto il conducente a salvarsi è di nuovo Vallelonga a spiegarlo agli amici: «Si è nascosto, si è nascosto sotto lo sterzo, ci credi che con il Bmw il motore gliel’ho bucato da una parte all’altra?».

Mai come in una circostanza come questa l’arma è davvero “strumento di controllo del territorio”, tanto è vero che il miracolato si presenta il giorno dopo dallo stesso Vallelonga per scusarsi, e per raccontargli che altri, i titolari di un altro bar lo avevano costretto a guidare avanti e indietro, tanto che qualche giorno più tardi finirà a schiaffoni: «Gliene ho date tante di mazzate a quei ragazzi».

Gli spacciatori fuori dal bar

Un altro episodio, anche in questo caso esaustivo di ulteriori dinamiche tipiche dell’ambiente, a partire dal rispetto della gerarchia, riguarda un reclamo che sempre Vallelonga sporge ai vertici dell’associazione: lamenta la presenza di due compari che spacciano dalle parti del suo bar. Poca roba, una decina di grammi di cocaina a settimana, ma “Zì Maurì” - per quanto paradossale, vista la predisposizione all’utilizzo di armi da fuoco - dice che a lui non sta bene, che lì si lavora e che non è il caso di avere attorno gente che attiri la polizia. L’unico titolato a intervenire per appianare la questione è Michelangelo La Rosa, ritenuto reggente in luogo del nipote Pasquale arrestato poche settimane prima a Chiasso. Sarà lui ad accomodare la questione, in altre parole a mediare e ad assolvere al compito che l’organizzazione gli ha assegnato.

Del resto così funziona una multinazionale del crimine oliata e “performante”. A ognuno, scrivono sempre i pm dell’Antimafia, è assegnata una funzione: da Fino Mornasco alla Svizzera c’era chi doveva effettuare trasporto e vendita dello stupefacente, chi avrebbe dovuto occuparsi della predisposizione degli automezzi, chi avrebbe dovuto gestire e attivare utenze telefoniche non intercettabili, o comunque intestate ai soliti prestanome che fornissero le maggiori garanzie di sicurezza nei collegamenti, e infine chi individuasse, al di là o al di qua del confine, i luoghi più adatti a nascondere la droga.
S. Fer.

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