Da Lipomo a Zugo: la strada di Roberto tra i giganti Pharma

Generazione in fuga Dal Caio Plinio alla multinazionale: «Mi ritrovo nel concetto di “circolazione di cervelli”, impariamo competenze e poi si torna per creare valore»

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C’è un momento preciso in cui ci si rende conto che il proprio posto nel mondo non è necessariamente un punto fisso sulla mappa, ma una direzione verso cui camminare. Per Roberto Gerosa, 26 anni, quella direzione ha preso la forma di un confine superato con la curiosità di chi vuole costruirsi una strada con le proprie gambe. Una storia che parte dai banchi di scuola nel Comasco, attraversa il Canton Ticino e approda nel cuore economico della Svizzera, guardando ora con entusiasmo verso le luci di Barcellona.

«Sono di Lipomo e ho fatto il Caio Plinio a Como. Poi ho fatto la triennale in economia a Varese, all’Insubria, e infine il master all’Usi a Lugano, sempre in economia e management», racconta Roberto.

Andarsene a studiare oltreconfine non è stata una decisione maturata per caso, ma la ricerca di un luogo dove mettersi alla prova. «Perché ho scelto il master in Svizzera? Per l’ambiente internazionale e per le opportunità dopo il diploma. Studiando lì sei già nel network. È un modo di insegnare diverso: i professori sono internazionali e i compagni arrivano da tutto il mondo, con uno scambio non indifferente rispetto ad altre realtà».

Quel salto ha gettato i semi per l’ingresso nel mondo del lavoro. «L’obiettivo è sempre stato quello di stare in Svizzera. A fine master ho ricevuto due offerte: una da Milano e una qui a Zugo. Quella italiana era pagata un terzo rispetto a questa, con tutto ciò che ne consegue per l’indipendenza. Qui ho la possibilità di fare un’esperienza che mi fa crescere sia professionalmente sia personalmente. Guadagni di più, sei autonomo e non pesi sulla famiglia».

Oggi la quotidianità di Roberto si snoda a Zugo, alla Roche Diagnostics International. «Mi occupo della parte strategica degli acquisti per una multinazionale farmaceutica e medicale, nel reparto diagnostica».

Ma ciò che dà carica a Roberto è vedere riconosciuto il valore dei propri sforzi. «Qui la proattività è molto apprezzata. Se vedi qualcosa di necessario da fare, lo fai senza chiedere al manager e poi lo condividi. Non c’è nonnismo o il fatto che chi è più anziano debba mettere il timbro su ciò che fai».

Il cammino di chi sceglie di mettersi in gioco, però, è fatto di continuo movimento e di nuove sfide all’orizzonte. Il mercato cambia, si riorganizza, e per Roberto si sta aprendo una porta inattesa e affascinante verso il Mediterraneo. «Avrei la possibilità di andare a Barcellona perché mi vogliono lì».Il cammino di chi si mette in gioco è fatto di sfide continue. Il mercato si riorganizza e per Roberto si sta aprendo una porta verso il Mediterraneo. «Avrei la possibilità di andare a Barcellona perché mi vogliono lì». L’idea di cambiare vita porta con sé un’emozione palpabile. «Ci sono oneri e onori. La città è grande e divertente, anche se perdi un po’ dell’efficienza e sicurezza svizzera. Ma è bello vedere che il mio lavoro è apprezzato al punto di mandarmi lì per le mie competenze».

Andare lontano significa anche fare i conti con gli affetti a Como. «La mia famiglia mi vorrebbe a portata di mano ma non mi ha mai ostacolato - racconta Roberto -. A Como la famiglia sta bene e va allargandosi, non c’è un impedimento tale per cui io debba rimanere. Grazie al cielo, posso permettermi di andare».

Con la valigia pronta, il futuro non è una porta chiusa, ma parte di una prospettiva più ampia sulla mobilità giovanile. Più che nell’etichetta della “fuga di cervelli”, Roberto si riconosce infatti in un paradigma diverso. «Mi ritrovo molto di più nel concetto di “circolazione di cervelli”. Il termine “fuga” ha un’accezione distruttiva, implica che lasci tutto alle spalle e te ne vai. Io invece mi sento parte di un flusso, una dinamica naturale stimolata dai programmi come l’Erasmus. Non mi sono sentito coraggioso o speciale a partire, mi sembra un nuovo tipo di normalità per la nostra generazione. Ci si muove, si fa esperienza, ci si arricchisce di competenze e poi si crea valore. Il vero problema non è chi parte, ma se il Paese d’origine saprà creare un terreno fertile per riaccogliere questi talenti».

Con questo spirito, il ritorno a casa non è affatto escluso, ma rappresenta il naturale compimento di questo percorso. «In futuro l’obiettivo è tornare. La sfida a breve termine è di rimanere all’estero per tre o quattro anni per costruirmi un bel curriculum. Da lì inizierei a valutare concretamente la possibilità di tornare. Sì, da qui a dieci anni mi vedrei sicuramente in Italia».

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