Due giorni su una barella, a 87 anni: il caso al Pronto soccorso di San Fermo

Sanità La denuncia dei familiari del signor Giancarlo, ricoverato al ps del Sant’Anna per un dolore al petto. Era un codice “arancione”, media gravità. La figlia: «I medici? Non abbiamo neppure potuto comunicare»

San Fermo della Battaglia

In codice arancione, a 87 anni, in Pronto soccorso sulla barella per più di 48 ore.

Questa è solo una delle testimonianze che di tanto in tanto i pazienti e i familiari riportano dal reparto di emergenza urgenza del Sant’Anna. Una singola storia non può riassumere i tanti problemi di cui soffre la nostra sanità, non solo a Como e che si concentrano proprio nei Pronto Soccorso. Eppure questi racconti fanno emergere uno spaccato di quel che accade tra ambulanze e sale d’attesa.

«Mio padre è molto anziano, è cardiopatico, soffre di bpco (Bronco pneumopatia cronica ostruttiva, ndr) e domenica si sentiva molto male – racconta la figlia, Simona Cassarini, residente a Como da 25 anni –. Abbiamo atteso, abbiamo chiesto il consulto del medico quindi lunedì mattina, intimoriti da un dolore al petto, abbiamo preferito chiamare l’ambulanza. Assegnato il codice arancione, il personale sanitario ha riconosciuto un significativo bisogno di cura. E però l’attesa sulla barella è stata eterna. Senza riposare, senza mangiare, senza la speranza di essere ricoverato perché nei reparti i letti erano pieni. Da fuori noi parenti non abbiamo avuto l’opportunità di avere informazioni, aggiornamenti, il personale non ci ha regalato una parola. Oltre a mio padre nei corridoi e negli stanzoni c’erano decine e decine di anziani malati lasciati sulle barelle ad aspettare. Accanto sfrecciavano sulle lettighe feriti gravi, e poi diversi senzatetto lì a trascorrere la notte, avvolti nelle coperte sporche. Comprendo le difficoltà, la carenza di medici, le emergenze, ma davvero credo che il Pronto soccorso sia un servizio lasciato alla deriva». L’attesa media, in teoria, non dovrebbe superare le otto ore. La presa in carico per un codice arancione non dovrebbe andare oltre i 15 minuti.

Passata la prima notte, fatto un controllo, al Ps insieme al signor Giancarlo c’erano altre 86 persone. Tante, senza però particolari situazioni legate a contingenze sanitarie. «Barelle dappertutto, nessuna tendina, incuria – racconta ancora la donna – già dal primo pomeriggio mio padre è stato visitato, poi però non abbiamo più saputo nulla. E dire che l’ambulanza voleva portarlo a Varese perché a Como c’erano troppi pazienti in attesa. Dopo due notti il pomeriggio successivo è stato dimesso. Purtroppo in condizioni peggiori rispetto a quelle in cui si trovava a casa domenica».

Al controllo dello pneumologo è seguito un emogas, gli esami del sangue, i controlli, raccontano i medici, sono stati effettuati. L’anziano in ossigeno terapia lamentava un dolore epigastrico, la radiografia dava un riscontro negativo. Con l’urgenza differibile, quindi non così rapida, è stata consegnata la ricetta per prendere i medicinali e fare i successivi controlli. La figlia solo dopo le dimissioni leggendo le carte, senza avere comunicazione diretta, ha scoperto, rammaricata per lo scarso dialogo, la possibile diagnosi di polmonite.

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