«Non si può morire a 15 anni, ma Sofia vive con noi». I funerali di Sofia Prosperi e la preghiera per l’amico Lorenzo

Tragedia di Crans Montana L’addio a Sofia Prosperi, la giovane studentessa dell’International School di Fino Mornasco, morta nel rogo di Capodanno

Lugano

Non c’è niente di canonico nell’ultimo saluto a Sofia Prosperi.

Non lo è la presenza dei tanti agenti di polizia disposti tutt’intorno alla cattedrale di Lugano e lungo le scalinate della funicolare che scende verso il lago.

E nemmeno lo sono le telecamere delle televisioni che provano a raccontare un momento di questo addio, con la discrezione estrema richiesta dalla famiglia Prosperi che ieri ha vietato ogni ripresa o scatto all’interno della cattedrale. E tantomeno è canonica, in un’occasione simile, la presenza di tanti ragazzi e ragazze giovanissimi: vestiti di nero, si tengono a braccetto, si sostengono l’un l’altro e si scambiano rose bianche prima di varcare la soglia della cattedrale.

«Curiosa del mondo»

Il vescovo di Lugano, monsignor Alain De Raemy, ha colto subito l’irritualità di questa cerimonia senza precedenti e quindi, prima dell’inizio del funerale, si è rivolto alle tantissime persone presenti - molte rimaste fuori dalle porte della cattedrale, nel gelo di gennaio - e soprattutto ai giovani. «Carissimi giovani, amiche e amici, compagni e compagne di Sofia, carissimi nonni, carissimi docenti e penso soprattutto all’International School, catechiste e catechisti e parroci, voi tutti che avete accompagnato Sofia da un momento all’altro della sua vita: oggi lei vive l’eterna vita con Dio. Non le manca nulla».

A loro il vescovo de Raemy ha rivolto parole di speranza e chiesto di pregare per Sofia e per le altre quaranta vittime, come lei, del terribile incendio di Capodanno ma anche per i tanti giovani feriti nel rogo di Crans-Montana, e oggi in ospedale, molti in condizioni gravissime, sospesi tra la vita e la morte. Una rosa bianca nelle mani di ciascuno, gli studenti dell’International School di Fino Mornasco, disposti sul lato sinistro della cattedrale, hanno risposto a quel richiamo stringendosi tra di loro in abbracci improvvisati, talvolta un po’ impacciati per via dei cappotti pesanti e della desuetudine al lutto, come è normale per chi a 15 o 16 anni non può che pensare solo alla vita.

«Tutto in noi oggi dice di no: no, non ce la facciamo, non è vero, non si può morire a 15 anni. Ma oggi Sofia vive uno sconvolgente sì, il più grande della sua vita, la vita piena ed eterna. Il più bel viaggio mai immaginato». Il vescovo ha ricordato la curiosità di Sofia verso il mondo: «Lei era tutta un sì alla vita. Un sì a nuove scoperte, nuove conoscenze e nuovi orizzonti e ci sembra tragico e ingiusto che non possa andare avanti in questo mondo tutto da scoprire». Solare, sempre con un sorriso raggiante in volto: così la descrivono gli amici.

Poi, commentando il brano di Vangelo scelto per la cerimonia, il vescovo si è soffermato sulle lacrime di Gesù di fronte alla morte di Lazzaro. «Sofia era molto empatica, sarebbe oggi lei a piangere di più» ha detto sollecitando gli amici e i familiari della quindicenne a non vergognarsi delle proprie lacrime.

L’amicizia con Lorenzo, anche lui a Le Constellation e ora al Niguarda

«Se Sofia fosse vissuta al tempo di Gesù, sarebbe stata come Maria, la sorella di Lazzaro: lo avrebbe rimproverato di non essere arrivato in tempo al capezzale di suo fratello. Chissà allora come adesso Sofia sta interpellando Gesù per il suo amico Lorenzo». Il brano di Vangelo scelto per accompagnare gli amici e i famigliari si Sofia nella cerimonia funebre ha al centro il ruolo dell’amicizia con Lazzaro nella vita di Gesù. Un’amicizia forte come quella che legava Sofia e Lorenzo. Lorenzo che quella sera del 1° gennaio era con Sofia nel locale Le Constellation, a Crans Montana, per festeggiare l’inizio di un nuovo anno. Lei residente in Ticino, lui a Cantù: i due erano più che compagni di scuola (entrambi iscritti all’International School di Fino), erano amici.

Lo sono ancora, anche se è difficile immaginarli più lontani che mai ora che Sofia, dopo le prime speranze della famiglia di ritrovarla tra i corpi di quei giovani sfigurati dalle fiamme ma ancora vivi, riposa in una bara chiara e Lorenzo invece lotta contro le gravi ferite riportate nel rogo, all’ospedale Niguarda. Ma pensarli vicini è uno sforzo necessario per riuscire a sentire Sofia presente tra chi la ama, come più e più volte ieri il vescovo De Raemy ha esortato a fare.

Un dolore comunitario

Lacrime che ieri infatti molti non hanno nascosto: dai più giovani, che anche al termine della cerimonia per l’amica Sofia passavano da un abbraccio all’altro, con i nasi arrossati dal freddo e dal pianto, fino agli adulti che si sono messi in coda lungo la navata centrale per stringere in un abbraccio i genitori, Matteo e Roberta, e la sorella minore di Sofia, Lavinia. Una coda che ha rappresentato l’abbraccio di un’intera comunità alla famiglia Prosperi e che l’ha impegnata per quasi un’ora tra strette di mano, parole sussurrate e silenziosi sguardi colmi di dolore. Sempre senza nascondere le lacrime. «Gesù pianse per Lazzaro e tutti dissero: guardate quanto lo amava - ha detto loro durante la predica monsignor De Raemy - Le nostre lacrime sono l’acqua santa del nostro amore. Non è debolezza piangere, non è fragilità, è forza. E già che stiamo parlando di forza - ha detto monsignor De Raemy - possiamo fare riferimento a un’altra caratteristica di Sofia: forza d’animo e di carattere. Matteo, suo padre, la chiama indomabilità. Era una ragazza indomabilmente tenace. Non era facile farle cambiare idea».

Eppure da quella sua forza, ha spiegato il vescovo, derivava una trasparenza nel dialogo che le permetteva di confrontarsi con gli altri «con sapienza e verità».

«Sofia amava truccarsi - ha citato questo come ultimo dettaglio il vescovo - È stata maestra della sua mamma Roberta in questo. Non è un dettaglio banale perché noi siamo fatti di anima e corpo. Sofia sapeva truccarsi e lo faceva benissimo, immaginate allora quanto apprezzerà il destino finale dell’uomo già compiuto in Gesù: la resurrezione del corpo. L’operazione estetica per eccellenza».

Per salutarla un’ultima volta, tra la commozione di una cattedrale scaldata - nonostante le temperature sotto zero dell’inverno - grazie all’affetto degli amici di sempre, allora non resta che «vivere tutti insieme e fino in fondo, anche nelle lacrime, il nostro sì alla vita».

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