«Un mese ricoverato  Ma a mia moglie  nessun tampone»
I tamponi realizzati dall’Ats Insubria nell’area del San Martino (Foto by foto butti)

«Un mese ricoverato

Ma a mia moglie

nessun tampone»

Como: ex infermiere colpito dal Covid racconta

«Dall’Ats solo una chiamata per dire: potete uscire

Questa non è serietà, così non si combatte il virus»

La ricetta del virologo (intervistato ieri su La Provincia) che ha evitato al Veneto di fare la fine della Lombardia è una sola: tamponi, tamponi e ancora tamponi. Ma in provincia di Como l’Ats Insubria non fa i controlli neppure ai coniugi e ai conviventi di chi, per colpa del Covid, è rimasto più di un mese in ospedale. E che, una volta dimesso, è costretto a far vita da separato in casa per evitare di tornare nel vortice del virus.

«Ci vada giù pesante, mi raccomando» dice al telefono Bruno Sensale, ex infermiere nel vecchio Sant’Anna, musicista dell’Accademia della Musica di Como, rimasto per ben 32 giorni ricoverato in terapia subintensiva al Sant’Anna. È arrabbiato e non lo nasconde: «Tutti a dire che servono i tamponi per prevenire la diffusione del virus e poi a una persona come mia moglie, che ha convissuto con me per quasi due settimane prima che fossi ricoverato e che probabilmente è rimasta contagiata pur rimanendo asintomatica, nessuno lo fa».

Con un paradosso: «Se ora fosse sottoposta a test sierologico e risultasse positiva, dovrebbe starsene in quarantena e sarebbero costretti a farle il tampone».

Il contagio

L’odissea dell’ex infermiere in pensione ha inizio ai primi di marzo. «Il 5 mi ritrovo con alcuni amici in una sala prove per suonare assieme. Uno di loro aveva una brutta tosse, quasi sicuramente mi sono ammalato in quell’occasione» racconta Bruno Sensale. E infatti si sente subito male: «Per 12 giorni sono rimasto a casa, con la febbre alta e la tosse. Poi mi hanno ricoverato. Ma per tutto il tempo prima di essere portato in ospedale sono rimasto sempre con mia moglie». La quale, per fortuna, ha scampato la malattia. Anche se nessuno, al momento, sa dire per certo se perché il virus non l’ha aggredita o perché è rimasta asintomatica.

«Lei è dovuta stare in quarantena, mentre io ero ricoverato al Sant’Anna - prosegue Bruno - Ho avuto due focolai di polmonite e un’embolia polmonare. Mentre ero ricoverato a un certo punto la mente si è resettata. Non per rabbia, ma mi sentivo come una larva. Passavo la giornata tra migliaia di prelievi, con la testa chiusa nella maschera per l’ossigeno, che c’è da impazzire per il dolore che provi quando la indossi, e me ne restavo a guardare il soffitto e il muro davanti al letto». Dopo 32 due giorni e due tamponi negativi, l’ex infermiere con la passione per la musica è tornato a casa sua, a Binago.

Il ritorno a casa

«Da quando sono tornato - prosegue - con mia moglie Annamaria facciamo quasi una vita da separati in casa, perché non so se lei sia stata colpita oppure no dal virus. Per fortuna abbiamo un bel tavolo lungo, così almeno mangiamo assieme».

Dall’Ats nessuna spiegazione. «Un giorno mi chiamano per dei chiarimenti sulla mia lettera di dimissioni dall’ospedale e allora ne approfitto e chiedo lumi sul tampone per mia moglie. Non so chi fosse al telefono, ma so che mi ha risposto: “Ha fatto la quarantena, ma allora può uscire di casa senza problema”. Ma che serietà è questa? Non riesco neppure a trovarle le parole per definire questo menefeghismo. Dopo tutto quello che abbiamo passato».(Paolo Moretti)

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