(Foto di Martina Toppi)
Intervista A rtem Chapeye è uno scrittore ucraino arruolato nell’esercito dal 2022. In “La gente normale non va in giro armata” racconta cosa significa per lui essere una persona pacifista, femminista e di sinistra in Ucraina oggi
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Artem Chapeye si è sempre definito un uomo e uno scrittore ucraino pacifista, femminista e di sinistra. Oggi Chapeye continua a essere tutte queste cose, ma deve farle convivere con la condizione di soldato. Un soldato pacifista, è l’apparente contraddizione che lo scrittore racconta e spiega in “La gente normale non va in giro armata” (Altrecose Iperborea, 2026) in cui ha raccolto le sue riflessioni su guerra e pacifismo in questi quattro e più anni intercorsi tra l’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, e oggi.
Mi consideravo un pacifista prima del 24 febbraio 2022, ma ora credo che quella fosse una forma molto astratta di pacifismo, teoretica, mentre nella pratica penso sia necessario rifletterci un po’ di più. Quando il tuo Paese viene invaso, cosa accade se nessuno prende le armi? Diciamola in modo più semplice: la situazione non riguarda più solo te e il tuo desiderio personale di prendere o non prendere le armi, perché nessun ucraino, pacifista o meno, desiderava di trovarsi in questa situazione. Quindi bisogna andare oltre l’interesse personale e pensare, come minimo, alle persone intorno a te.
Mi sono chiesto cosa sarebbe successo se non fossi diventato soldato, se fossimo finiti sotto occupazione, se fossi scappato via... cosa succede a chi non può scappare, mentre tu scappi? Ora qui in Ucraina, purtroppo, si può fare il confronto con le regioni che sono state occupate: per esempio le persone muoiono di fame a Oleshki, nella regione di Kherson. Perciò paradossalmente resistere è più sicuro che non resistere.
Spesso il pacifismo non è nient’altro che una forma di identità politica: diciamo di essere pacifisti intendendo dire che non siamo disposti a prendere in mano un’arma. Penso sia ottimo non farlo quando il tuo Paese sta preparando una guerra d’aggressione. Diverso è invece non prendere in mano un’arma quando tu puoi scappare, ma i tuoi genitori no e sono costretti a soggiacere alla volontà dell’aggressore. Penso a quando l’Italia è stata invasa da Hitler durante l’operazione Achse, nel 1943: se nessuno tra gli italiani avesse fatto resistenza qualcun altro avrebbe dovuto liberare l’Italia.
Sì, ma quello che vorrei dire ai lettori italiani è che quando parliamo di storia collettiva non parliamo di nazionalismo, ma delle persone intorno a noi. Quando scrivevo il mio libro, non guardavo le bandiere, ma la mia vicina di casa e il suo neonato e mi chiedevo: cosa le capiterà? Ho guardato i miei figli e mi sono chiesto: chi li proteggerà? All’inizio di tutto sono fuggito da Kyiv, ma poi ho capito che nel frattempo c’erano persone che stavano rischiando la vita per permettere a me di salvare i miei figli. E probabilmente anche loro avevano figli. E se non avevano figli sicuramente avevano genitori.
Non penso che l’Ucraina sia necessariamente buona, la luce appunto. Non sono davvero sicuro che esista il bene, ma mi sembra abbastanza ovvio che il male esista e debba essere combattuto. E, attenzione, il male non è necessariamente tutta la Russia, ma un’occupazione in cui vengono torturate le persone e uccisi i cittadini senza processo è male. Contro questo bisogna lottare. Non è una questione di bene contro male, ma di persone ordinarie che non sono né buone né cattive contro il male. Non voglio che si pensi che noi ucraini idealizziamo l’Ucraina: sappiamo che ci sono aspetti negativi della nostra società, ma sappiamo anche che c’è la libertà di fare questi errori.
Sì. La cosa che mi affascina è che dopo cinque anni di guerra l’Ucraina ha ancora dei processi democratici. E spero che durino.
Non credo che i soldati semplici ci pensino molto, ma è chiaro a molti che l’Ucraina non sta combattendo solo per sé stessa. In primis sì, combattiamo per noi, ma ci rendiamo anche conto che la nostra posizione geografica ci pone come scudo delle democrazie imperfette contro l’autoritarismo. Sappiamo che le democrazie dell’Unione Europea sono lontane dalla perfezione, che il capitalismo porta problemi, che c’è un rigurgito delle destre europee in molti Paesi dell’Ue... ma c’è ancora la libertà di scegliere. Mentre in Paesi come la Russia o la Cina questa libertà non c’è. E mi rattrista sentire italiani dire che sarebbero disponibili a rinunciare alla propria libertà per una maggiore stabilità: non sanno di che parlano, è tutta teoria e non pratica. Io sceglierei per tutta la vita le democrazie imperfette rispetto all’autoritarismo.
Per me è molto strano vedere come le persone siano contrarie all’occupazione della Palestina e della Striscia di Gaza ma non vogliano supportare l’Ucraina nel suo resistere a un’occupazione. Mi sembra che per alcuni sarebbe meglio se l’Ucraina venisse prima occupata e poi sarebbe più semplice dimostrarle solidarietà perché sarebbe meno rischioso, più morale. Ma quel tipo di supporto non aiuterebbe davvero. Il supporto che si può dare ora all’Ucraina invece aiuta gli ucraini concretamente a non finire nella stessa condizione dei palestinesi.
C’è il senso di colpa di essere un privilegiato, perché scrivi solo di persone che non possono scrivere di sé stesse. Per bilanciare questo sentimento occorre provare a essere empatici, stando in mezzo a queste persone ordinarie, come me. Ma se le descrivi in modo asciutto, non funziona. Devi... non avrò paura di usare questa parola: devi davvero amare le persone di cui scrivi.
La cosa difficile è che l’amore richiede comprensione anche delle imperfezioni dell’altro. Non bisogna negarle, ma abbracciarle.
C’è una certa tensione, ma capisco chi si nasconde. Ho molti buoni amici e parenti che si stanno nascondendo e li compatisco perché quella non è vita. La mia vita da soldato può essere spiacevole, ma quantomeno è piena di dignità. Questi sono uomini di 30 o 40 anni a cui la famiglia deve portare da mangiare ogni giorno perché hanno paura anche di andare a fare la spesa. Trovo più ingiusto però che ci siano persone ricche che si sono comprate la loro via di fuga dall’esercito: è molto più triste di chi si nasconde.
Forse è una mia illusione, ma credo che si dissiperà e diventerà una di quelle cose di cui non si parla in pubblico. Sto leggendo i libri di Elena Ferrante e lì c’è questa cosa, questo sapere esattamente, anche dopo generazioni, chi ha collaborato con il nemico e chi no, chi è finito nei campi di concentramento, chi è stato un partigiano e chi invece non ha fatto niente. Spero che, anche per noi, questo sia l’unico esito di questa tensione.
Specialmente all’inizio e poi quando rientri dal fronte c’è una sensazione di alienazione, sì. Come se quella vita non fosse più la tua. Negli ultimi anni però molte più persone vanno avanti e indietro dal fronte, quindi questa divisione si è affievolita.
Credo ci sia una forte contraddizione tra la guerra e il femminismo, ma che in ultima istanza cosa e come fare in questa situazione spetti alle donne deciderlo.
Continuiamo a resistere perché desideriamo esistere. Certo che dev’esserci un negoziato, ma ha senso solo se la Russia offre delle garanzie all’Ucraina e agli ucraini di continuare a esistere. Noi combattiamo perché l’unica alternativa che ci resta se no è fuggire e vivere una vita nella condizione di profughi. Per sempre.
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