Esiste un universo parallelo dove Dylan Dog assomiglia a un ballerino spagnolo, ha basette sporgenti, un naso importante e tanti capelli fluenti. Il cosiddetto “Indagatore dell’incubo” guida una Austin Healey Lenham e il suo assistente ha le fattezze di Marty Feldman, il celebre Igor del film “Frankenstein Junior”.
Questo mondo non è ovviamente il nostro ma quello che aveva contribuito a immaginare il disegnatore comasco Claudio Villa, prima che le correzioni nella fase di studio dessero tutt’altra forma, e compagno d’avventure, a uno dei personaggi più amati della storia del fumetto italiano.
La collaborazione con Tiziano Sclavi, ideatore di Dylan Dog, era nata tempo prima. Lo sceneggiatore e il disegnatore avevano fatto un paio di pagine di prova di un personaggio chiamato Francesco Dellamorte - diventato poi protagonista del romanzo horror “Dellamorte Dellamore, pubblicato nel 1991 - da presentare alla rivista “Orient Express” ma la rivista chiuse e il progetto non fu mai realizzato.
Quando ci fu da creare Dylan Dog, Sclavi si ricordo del suo vecchio “pard”. «Quando mi chiesero di “metterci la matita” ero sicuramente contento, anche per il fatto che fosse per me una nuova sfida: fare gli studi per un personaggio nuovo era una cosa che non avevo mai fatto prima di allora. Poi , quando mi chiesero di fare le copertine, andai davvero in agitazione. Ricordo che Franco Bignotti, il mio mentore, diceva che un conto era disegnare fumetti e un altro fare le copertine. L’ho sperimentato di persona proprio con Dylan Dog e le prime, ingenue, copertine di un personaggio che oggi festeggiamo nel suo quarantesimo anno di vita editoriale.
All’inizio della storia di un personaggio non pensi al suo futuro, devi solo concentrarti sul tuo compito, quello di contribuire al suo successo. Oggi possiamo tranquillamente dire che è stata una gran bella avventura».
Il contributo di Villa al successo di Dylan Dog è evidente: è stato lui, insieme a Tiziano Sclavi, a dare forma all’Indagatore dell’incubo. Il processo non fu facile, tanto che lo stesso sceneggiatore commentò, riferendosi a uno degli studi preparatori, che “sembrava un ballerino spagnolo”. «Aveva ragione - conferma il fumettista - volevo fare un personaggio molto riconoscibile, diverso dai “bellocci” che lo avevano preceduto nella storia del fumetto Bonelli. Uno che si sarebbe fatto riconoscere anche da lontano e sarebbe stato facile da “maneggiare” dagli altri disegnatori. Un naso importante, tanti capelli, basettoni ma... non era Dylan Dog. Non era “lui”».
È noto che la fisionomia di Dylan Dog sia ispirata all’attore e modello inglese Rupert Everett, che Villa conobbe personalmente al Dylan Dog Horror Fest. L’idea fu proprio di Sclavi. «Gli schizzi che avevo presentato non “vestivano” psicologicamente il personaggio, così sono andato al cinema a vedermi un film con Everett - “Another country”, tradotto in italiano con “La scelta” - cercando di “imparare la geografia facciale del personaggio”. Sclavi mi raccomandò di non farlo troppo delicato, così come veniva percepito in quel film. Negli schizzi l’ho reso un po’ più “macho” e il commento di Mauro Marcheselli, allora direttore editoriale della Bonelli, fu... “Ma questo è Claudio Baglioni!”. Graficamente una mia intuizione fu disegnare il polsino della camicia rivoltato sulla manica della giacca, un espediente per rendere riconoscibile Dylan anche nelle inquadrature ravvicinate, dove non è necessario inquadrarlo in faccia».
La staffetta con Stano
Villa ha vinto la “sfida” interna con Angelo Stano - disegnatore del primo storico numero - per ottenere il ruolo di copertinista. «Ci fu una sorta di “gara d’appalto” tra me e lui. La cosa singolare è che abbiamo fatto un’immagine molto simile, io col mio stile nazional popolare e lui con il suo sontuoso stile molto vicino a Egon Schiele. Sergio Bonelli scelse il “nazional popolare” ma, dopo quarantuno copertine, il ruolo lo prese lui. Fu una scelta mia, la serie stava prendendo una strada che non riuscivo più a supportare al cento per cento. Ne parlai in Bonelli, loro non erano d’accordo ma mi lasciarono libero di prendere la mia scelta. Se ripenso al lavoro fatto, la mia preferita resta “Attraverso lo specchio”».
Villa riuscì solo a disegnare un paio di storie brevi di Dylan Dog - di cui una scritta proprio da Claudio Baglioni! - ma non un volume della serie regolare, a causa dell’impegno a tempo pieno su Tex. In occasione del quarantesimo compleanno, la curatrice Barbara Baraldi - in carica dal 2023 - l’ha riportato in cabina di comando, assegnandogli una delle “variant” delle copertine dell’episodio che uscirà per la ricorrenza.
Se Villa ha creato le fondamenta del personaggio, almeno a livello visivo, a Baraldi è ora assegnato il compito di portarlo verso il futuro, affidandolo alle “nuove voci”. «Incoraggio tutti gli autori ad approcciarsi in maniera personale, portando le loro inquietudini e la loro voce. Non cerco “formule” o strutture narrative consolidate, né l’aderenza a regole particolari nella narrazione. Chiedo anzi di “destrutturare” quando possibile il racconto, di approcciarsi a storie e tematiche anche “classiche” tramite percorsi narrativi inaspettati. Non cerco storie che “mi piacciano”, ma storie che abbiano una loro rilevanza, e una certa urgenza di essere raccontate. L’unica regola, se così vogliamo chiamarla, è il rispetto del carattere del personaggio e dei comprimari, modellati da Sclavi sulla base di veri e propri archetipi universali».
Il futuro
Riguardo al suo ruolo di curatrice, che occupa ormai da più di tre anni, Baraldi pensa di aver portato qualche novità rispetto ai suoi colleghi precedenti. «Dal punto di vista oggettivo, incoraggio tutti i disegnatori a realizzare tavole con layout creativi, senza per forza dover seguire la griglia rigida a tre strisce: credo che le storie di Dylan beneficino di fantasia nella composizione, permettendo di amplificare le emozioni, e più varietà nel ritmo delle sequenze. Abbiamo ristrutturato le uscite fuori collana, come il BIS estivo, diventato il contenitore delle storie al di fuori del canone – i cosiddetti “what if” –, o l’Enciclopedia della Paura, che immagino affine alle raccolte di racconti gotici di fine Ottocento, in una cornice moderna. Cerco di fare tesoro di quelli che secondo me sono stati i punti di forza delle gestioni precedenti, con un approccio non conservativo: mi interessa continuare a sperimentare, sono alla costante ricerca di nuovi modi per raccontare Dylan nella nostra contemporaneità».
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