Seveso, cinquant’anni fa il disastro che sconvolse la Brianza
Il 10 luglio 1976 lo scoppio all’Icmesa (Industrie Chimiche Meda, Società Azionaria) e la conseguente nube tossica con la diossina. Una tragedia inizialmente tenuta nascosta. Il sindaco di Como Antonio Spallino fu nominato commissario straordinario
Lettura 2 min.Seveso
Era un normale sabato d’estate brianzola il 10 luglio del 1976. Cinquant’anni fa. C’era il sole e faceva caldo e, in fondo alla via privata Icmesa (Industrie Chimiche Meda, Società Azionaria), in territorio di Meda, ma al confine con Seveso, c’era lo stabilimento. La proprietà era della svizzera Givaudan, controllata dalla multinazionale Hoffman-La Roche. Alle 12.40 all’interno di un reparto della fabbrica, dove non c’erano operai, si ruppe il disco di sicurezza di un reattore che serviva per produrre diserbanti causando uno scoppio da cui fuoriuscì una nube di vapori che si diresse, spinta dal vento, a sud est verso Seveso, Desio e Cesano Maderno prima di dissolversi. Il sindaco di Seveso Francesco Rocca venne informato dell’incidente solo la domenica pomeriggio da due tecnici dell’Icmesa che riferirono che «non essendo in grado di valutare le sostanze trascinate da questi vapori ed il loro esatto effetto, abbiamo provveduto ad intervenire presso i vicini per impedire il consumo di eventuali prodotti d’orto».
La parola “triclorofenolo” (la sostanza, negli anni ’70 venduta dalla Icmesa agli Stati Uniti e utilizzata come defoliante nella guerra del Vietnam) venne pronunciata nei giorni successivi, ma di quello che era accaduto in quella via a due passi dalla superstrada Milano-Meda non ne parlava ancora nessuno. Perché nessuno era stato informato di quello che era successo, ma vedere gli animali morire (cani, gatti, galline, conigli), gli alberi perdere le foglie e comparire pustole e bolle rosse sulle facce dei bambini fu più forte di qualsiasi tentativo di minimizzare. A Seveso, quel sabato di luglio, era successo qualcosa di grave. Icmesa e Givaudan fecero analizzare a Zurigo il materiale prelevato e il responso (tenuto segreto) conduceva dritto al disastro. Quelli furono i “giorni del silenzio” che avrebbe portato alla parola «diossina» e a tutto quello che ne seguì. Non fu un caso che le notizie si diffusero solo dopo una settimana. «Misterioso fatto a Seveso e a Meda – Molti bimbi intossicati da una nube di gas» titolava “La Provincia” del 18 luglio a pagina dodici. Poco più di un trafiletto. Due giorni dopo si dava notizia che loro condizioni erano in miglioramento, ma nessun chiarimento su cosa fosse, davvero, quella nube. Con il passare dei giorni, come testimoniato dalle cronache, gli esperti svizzeri dell’Icmesa parlavano di «situazione gravissima» mentre quelli italiani si dicevano ottimisti. Il cambio di rotta arrivò presto e la notizia guadagnò la prima pagina, dove rimase per settimane e ci tornò più volte per mesi e anni.
«Seveso: sgomberata la zona inquinata - Una fascia di terreno lunga un chilometro sarà cintata e 440 persone stamane dovranno lasciare le loro case» era il titolo dell’edizione di domenica 25 luglio. Il 27 la situazione iniziò a diventare «più grave del previsto». Filo spinato, esercito, cartelli di divieti, la zona di pericolo sempre più grande (prima la A, poi la B, poi la R). Altre famiglie sfollate, ricoveri negli ospedali di Niguarda e Mariano Comense, provvedimenti comunali e regionali, polemiche e paura.
Tanta. Il 31 luglio altre 800 evacuazioni. Foto di auto in coda per lasciare Seveso, Meda e alcune zone confinanti. E ancora riunioni straordinarie tra Milano e Roma con la crescente polemica sui rischi per le donne incinte che portò a una deroga del Governo sull’aborto («decideranno le donne di Seveso») in un clima di scontro politico. A Meda all’inizio di agosto i militari costruirono un ponte in ferro per raggiungere la superstrada. Il 6 agosto «inquinamento circoscritto in una zona ben delimitata» e dal 9 lo «sgombero dell’Icmesa» con tonnellate di composti e sostanze chimiche da portare via.
È il momento delle foto del personale con maschere antigas e tute bianche. Ad ottobre qualche notizia positiva dall’Istituto superiore di sanità: «La diossina si può eliminare».
Il 9 giugno 1977 la commissione parlamentare d’inchiesta «sulla nube tossica» e pochi giorni dopo, il 25, uno snodo che legò indissolubilmente Como a Seveso: «Sarà il sindaco di Como, Antonio Spallino, democristiano, a presiedere l’ufficio speciale per il coordinamento degli interventi nelle zone inquinate dalla diossina». Portò con lui il capo di gabinetto Antonio Tagliaferri, l’ingegner Mino Noseda e il giudice Giuseppe Anzani. Il 24 dicembre annunciò che «entro il 28 febbraio verranno demolite le case situate nelle zone maggiormente contaminate dalla diossina». Un’esperienza tutt’altro che semplice. Lui stesso, anni più tardi, scrisse descrivendo la situazione in cui si trovò ad operare: «All’ufficio speciale sono occorsi sei mesi per avere il responsabile del programma sanitario, sette mesi e mezzo per avere un segretario comunale, sei mesi e mezzo per avere gli epidemiologi».
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