Addio Enzo Bianchi: «La fede? Una ricerca che interessa tutti»

Cristianesimo È morto ieri a 83 anni il monaco saggista e tra i fondatori della comunità monastica di Bose nel ’65. Qui un testo del 2019 oggetto di un evento del giornale di cui è stato ospite

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Credo che il tema della fede debba interessare tutti, nonostante qualcuno possa percepire che riguardi eventualmente solo i cristiani. Vorrei mostrare come la fede sia davvero qualcosa che dobbiamo sentire come un’invenzione - nel senso di inventio, dal verbo latino invenire [trovare, ndr] - qualcosa che si può trovare e qualcosa che si deve cercare ed è anche un dono.

La fede sembra incapace di interessare gli uomini e le donne di oggi, che si mostrano indifferenti rispetto ad ogni ricerca di Dio. Non solo, ma proprio in quelli che si dicono cristiani, la fede sovente appare debole - uso un’espressione tradotta letteralmente dal testo biblico - «una fede che ha corto respiro, incapace di manifestare quella forza che può cambiare la vita, il modo di pensare, di sentire e di agire».

Anche quando la religiosità appare forte, la fede può apparire molto debole, e non si confonda la religiosità con la fede. Anche per questo i cristiani sono letti come una minoranza in una società sempre più plurale per credenze religiose ed etiche, espressioni spirituali che non fanno più nessun riferimento a Dio e alle vie tradizionali della spiritualità. Il mondo di oggi, che noi chiamiamo secolarizzato, è soprattutto un mondo disincantato. Dio non solo non appare evidente, ma non appare nemmeno necessario per le nuove generazioni. Gli attuali millennial, quelli che sono nati poco prima del 2000 o negli anni immediatamente successivi, con una formula indubbiamente ambigua, non sentono nessun bisogno di credere in Dio. Oggi siamo convinti che si può vivere senza credere in Dio e si può costruire un’umanità capace di scegliere una via sensata che ricerca la pace, la giustizia, la libertà, senza fare più ricorso alla fede cristiana.

Domande doverose

Si può negare Dio, o fare a meno di Lui, senza pensare a se stessi come Dio? Questa è una prima obiezione. Vi faccio notare che domande di questo tipo non erano nemmeno formulabili qualche decennio fa, perché Dio era evidente e necessario. Oggi invece noi sentiamo il dovere di porci queste domande, di cercare e di dare delle risposte che siano comprensibili all’uomo contemporaneo.

Alcuni nutrono nostalgie per il passato e vorrebbero ad ogni costo rifiutare questa situazione, ma io credo che si possa eventualmente anche accettare la non evidenza e la non necessità di Dio per comprendere qualcosa più in profondità. Sono convinto che sia possibile continuare a credere senza paure e senza angosce nel Dio che costantemente fa della storia nostra una storia di salvezza, in cui Lui può agire, anche se non è più evidente.

Un grande filosofo francese, mio amico da tempo, André Comte-Sponville, ha scritto una decina di anni fa “Lo spirito dell’ateismo” [Ponte Alle Grazie, 2007, ndr], libro che ha avuto anche un notevole successo. In esso afferma: «Noi possiamo fare a meno della religione, ma non possiamo fare a meno della fedeltà, né dell’amore e neppure della comunione umana». Quando l’ho incontrato gli ho detto che queste parole mi trovavano consenziente, ma con una precisazione, che assolutamente va fatta: che noi non possiamo fare a meno della fedeltà, dell’amore e della comunione, ma non possiamo fare a meno nemmeno della fede, dell’atto del credere, da cui nascono comunione, amore e fedeltà.

Ecco secondo me la vera patologia che oggi affligge la società occidentale: affievolimento, depressione dell’atto del credere, venuta meno della fiducia in se stessi e negli altri, nel futuro, nella comunità umana e nella terra. Credere è diventato faticoso, ed è un atteggiamento raro. Il discorso sulla fede allora non riguarda solo i cristiani, e neanche i cosiddetti credenti. Noi siamo ancora debitori di una visione manichea, che separa credenti e non credenti: siamo incapaci di individuare i temi brucianti che riguardano tutti gli uomini, e che determinano i rapporti degli uni con gli altri. Eppure per tutta la vita ognuno di noi, cristiano o non cristiano, si domanda se il vivere abbia un senso, si fa una domanda sulla fede, fa affidamento a una parola, a qualcuno.

Permettetemi un’osservazione, per me evidentissima: in tutti questi anni sovente mi sono confrontato con tutta una serie di sapienti, maestri, italiani o francesi, i quali si dichiaravano facilmente atei. Ebbene, questi stessi, oggi come oggi, non si dichiarano più atei. Da Cacciari, a Galimberti, ad André Comte-Sponville: ormai se gli chiedete «Siete atei?» rispondono «no, non ci piace questa formula». «Ma allora credete in Dio?» - si potrebbe ribattere -. «No, non possiamo dire di credere in Dio, ma non possiamo nemmeno escludere che Dio non ci sia», rispondono. E questa non è un’indifferenza che noi catalogavamo semplicemente come agnosticismo, è un passo ben differente. Oggi le categorie credenti e non credenti non dicono quale sia la situazione e mostrano non solo rispetto per coloro che hanno la fede, ma comprendono la fede cristiana come una possibilità, certamente in una maniera molto plurale e con sfumature diverse.

C’è, ad esempio, chi, come André Comte-Sponville, prova una grandissima simpatia per Gesù Cristo riguardo al quale afferma: «Se io dovessi credere in qualcuno, crederei in Gesù Cristo». Mi basta questo per dire che è pronto a fare un atto del credere. Altri come Cacciari, quando parlano di argomenti cristiani - penso all’ultimo libro scritto su Maria, la madre del Signore [M. Cacciari, “Generare Dio”, Il Mulino 2018, ndr] - mostrano una spiritualità che non si trova in certi cattolici.

Grande responsabilità

Oggi le cose sono sfumate: l’ateismo, oso dire, è morto di una dolce morte, come se gli avessero fatto delle cure palliative. Nessuno se ne è accorto, ma più nessuno oggi si dice ateo. Il male invece oggi è l’indifferenza, che è quella più diffusa, più comune. Non mi interessa, non mi tocca, dicono. Ma questa è indifferenza verso la ricerca di senso, verso qualunque parola che possa essere un fondamento all’agire umano.

Lì si va verso un nichilismo neanche nobile come quello eventualmente di Nietzsche o che abbiamo conosciuto attraverso la filosofia. Mi sembra ci sia una grande responsabilità nei confronti dei cristiani di oggi. La fede è certamente qualcosa che si trova, che si trasmette, è qualcosa che si ricerca, è un dono di Dio, ma nello stesso tempo non alza dei muri che dividono in maniera perfetta le diverse vie religiose. Per il cattolicesimo ci sono persone che non confessano Dio, che possono essere più vicine a Dio di coloro che confessano un Dio solo, il Dio dei monoteisti.

Stiamo attenti a questi inganni oggi, a cui siamo portati da ideologie dominanti e anche da un dialogo che si vuole interreligioso ma che alla fin fine non dice quello che è in profondità il pensiero veramente cristiano. Non basta la divinità o il teismo per identificare una maggiore vicinanza a Dio, o l’essere più o meno nella fede. L’esperienza che abbiamo è che ci sono persone che si dicono non credenti che hanno una capacità di amore, di servizio, di speranza nell’umanità che molti invece che si dicono credenti, e mostrano atteggiamenti religiosi molto consueti, in verità poi non hanno. Sant’Agostino diceva: «Nel giorno del giudizio vedremo che molti che credevamo dentro staranno fuori, e molti di quelli che dicevamo essere fuori dalla Chiesa, staranno dentro».

Il personaggio: fondatore della comunità di Bose, esperto biblista e prolifico saggista

Figura forte del post Concilio Vaticano II, riconosciuto uomo di preghiera e di pace, Bianchi è morto ieri mattina a 83 anni. Era nato nel 1943 a Castel Boglione, in Piemonte, dove si trova il monastero che ha contribuito a fondare nel 1965 e che si contraddistingue per essere un esperimento tra i più innovativi della vita monastica in Europa: ospita uomini e donne provenienti da tutte le confessioni cristiane ed è molto aperto al mondo. Ogni anno migliaia di persone lo visitano per ragioni di fede ma anche per seguire incontri culturali. Prolifico saggista ed esperto di biblismo, nonché fondatore della casa editrice Edizioni Qiqajon, Bianchi aveva lasciato la guida della comunità monastica di Bose di cui era prima priore nel 2017.

Era comparso l’ultima volta sulla scena pubblica nel maggio scorso quando a Torino aveva presentato un volume di padre Antonio Spadaro, segretario del Dicastero della Cultura vaticano ed ex direttore di Civiltà cattolica. Negli ultimi tempi aveva trattato, tra gli altri, il tema della messa con il rito antico, dibattendo con altri teologi e storici di Chiesa sempre mantenendo posizioni in difesa del Concilio e delle sue riforme. Nel 2017 era stato al centro di un contrasto con papa Francesco che voleva un cambio fisiologico alla guida della Comunità per evitare quelle che, secondo il Papa, erano delle eccessive concentrazioni di potere. Dopo un lungo tira e molla aveva infine deciso di obbedire al Pontefice e aveva poi fondato una nuova comunità, la Casa di Madia, rimanendo un punto di riferimento della Chiesa progressista con numerosi interventi sui media, in particolare sul quotidiano La Stampa.

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