Charlotte Casiraghi e le crepe di una vita riparate dalla letteratura
Il nuovo libro Viaggio tra le fragilità di una donna che rivendica: «Non sono quella che credete». Forte il suo legame con il territorio: a Fino Mornasco vivevano il padre e i nonni
«Questo libro non cerca di riattaccare i pezzi, ma di dire che si può vivere incrinati, si può vivere attraversati, e che questo vale più della superficie intatta di una vita non vissuta, più della fredda immobilità delle cose integre, o della trasparenza sterile di un’esistenza che si vorrebbe senza crepe».
È un viaggio quello di Charlotte Casiraghi, 40 anni compiuti ad agosto, laureata in Filosofia alla Sorbona di Parigi, presidente e co-fondatrice dei “Rencontres Philosophiques” di Monaco, nella letteratura (in gran parte femminile), nella musica, nella filosofia e perfino nella navigazione, ma anche un viaggio in se stessa, nelle sue fragilità di figlia (che ha perso il padre da bambina), di donna e di mamma.
Un viaggio nelle storie e nelle “crepe” di persone appartenenti a mondi molto diversi tra loro nel quale mette da parte l’immagine patinata che il mondo ha di lei perché «non sono quella che credete». Un percorso lungo 384 pagine che ha l’obiettivo di portare il lettore a scoprire le sue crepe e a non averne paura, ma anche a conoscere vite particolari e differenti l’una dall’altra, ma unite dal filo rosso della fragilità. Di questo Charlotte Casiraghi parla in “La Crepa” appena pubblicato in italiano da La Nave di Teseo e uscito a fine gennaio in Francia con il titolo “La Fêlure”.
Il filo che tiene uniti i pezzi
C’è anche un secondo filo, molto resistente, che lega Charlotte al Lario e, in particolare a Fino Mornasco. È il paese dove è nato e cresciuto suo padre, Stefano Casiraghi (scomparso nel 1990 a soli trent’anni al largo di Cap Ferrat durante una gara di offshore, sport di cui era campione del mondo), e dove, fino a due anni fa, c’era sua nonna Fernanda a cui – come i fratelli Pierre e Andrea e come la mamma, la principessa Caroline di Monaco – è sempre stata molto legata. Nessuno di loro è infatti voluto mancare, il 9 dicembre 2024, al funerale che si è svolto nella chiesa parrocchiale, a poca distanza da villa “Le Cicogne”, dove ha sempre vissuto.
Nelle serate di presentazione in Italia ha dichiarato di essere particolarmente felice di pubblicare il suo libro in italiano, la lingua di suo papà e di una parte della sua famiglia. Proprio l’improvvisa morte del padre, avvenuta quando aveva appena quattro anni, l’ha portata, già da bambina, a rifugiarsi nella scrittura.
«Nei momenti difficili – scrive - quando un sentimento di ingiustizia mi prendeva la gola, scrivevo delle lettere a mio padre e mi sentivo sollevata nella mia pena. Avevo così acquisito la certezza che si poteva convocare gli assenti e renderli eternamente presenti. Mi sentivo quasi invincibile in quel rifugio che era diventato il mio diario». Un modo per farlo rivivere potendogli parlare come se ancora fosse presente. Arrivò poi il momento di uscire dalla sua conchiglia perché le lettere e le poesie «mi isolavano dagli altri e mi rinchiudevano nella bolla della malinconia».
Anche la sua passione per la filosofia è partita, come lei stessa ha dichiarato in più occasioni, dalle tante domande in cerca di risposte che ha iniziato a farsi da giovanissima. Un modo, il suo, non solo per cercare conforto nei libri, ma anche per dare un senso all’esistenza perché «quando uno viene travolto da una catastrofe come quella della perdita di un genitore nell’infanzia, necessariamente ciò ti porta a farti un sacco di domande».
Racconta, parlando del dolore e dell’angoscia mortale della poetessa russa Anna Akhmatova, di quando da bambina temeva l’arrivo della notte, delle sue ombre e dei rumori tra gli alberi che si avvicinavano: «Avevo paura che mi portassero via mia mamma durante il sonno e avrebbe potuto accadere in qualsiasi momento. Tremavo nel silenzio mentre tutti dormivano. La malinconia è in agguato persino nei bambini più protetti nel segreto della loro camera».
La letteratura come guida
Ed ecco che la “recherche” si è trasformata in una bellissima storia letteraria, fatta di autori e autrici e di pezzi di realtà attraversati dalle crepe e dalla fragilità. Non per caso il suo viaggio su più livelli parte da “Il crollo” di Francis Scott Fitzgerald. Quella crepa è diventata il filo conduttore delle diverse storie intrecciate alla sua, e come ciascuno di loro, sulla fragilità, abbia costruito la propria identità.
(Foto di Gisella Roncoroni)
Da Colette la guerriera che maschera il dolore per una rottura d’amore, che si può affrontare con dignità e strategie (tra cui truccarsi gli occhi per «convincersi che, tutto sommato, si può affrontare ancora il mondo») alla resistenza femminile di Maya Angelou, che le è servita come spunto per aiutare le ragazze anoressiche grazie a workshop terapeutici in cui Casiraghi è impegnata. E ancora dalla bellezza-trappola di Marguerite Duras alle ossessioni di George Sand ad Akhmatova che comprende che la memoria è l’unico modo per non dimenticare a Freud e Cesare Pavese. Dal navigatore Bernard Moitessier, pioniere della navigazione in solitaria (che le ha fatto conoscere suo fratello Pierre) alla caduta di una piccola luna di cristallo di rocca di suo figlio sul pavimento.
Crepe diverse che, a loro modo, sono servite per costruire le singole esistenze. Perché in fondo ciascuno ha la sua crepa con cui può imparare a convivere, ad accettarla e, perché no, anche a trasformarla in un’occasione di coraggio, ripartenza e riscatto. Anche senza riattaccare i pezzi.
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