Dentro il sogno le pieghe nascoste di chi siamo

Grandi autori Viaggio nell’opera del tedesco Jean Paul. Un “piccolo Leopardi” che indaga il nostro inconscio

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Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni? La vita è un sogno? Crediamo di vivere, ma è soltanto un’illusione? Viviamo come in un sogno fatto di nebbia? E se la realtà stessa fosse un sogno che si reinventa continuamente e ci fa credere di essere protagonisti, quando invece siamo semplici comparse, “maschere nude” che celano un volto inesistente? Quando sogniamo che stiamo sognando vuol dire che siamo prossimi al risveglio? Siamo noi che sogniamo oppure sono i sogni che ci sognano e rivelano il nostro vero “io”, le sue miserie, il suo immedicabile cuore di tenebra?

L’altro romanticismo

Verrebbe quasi da aggiungere il famigerato “La vita è un sogno oppure i sogni aiutano a vivere?”. Ma la fatalità biologica dell’esistenza e la serietà della vita – che pure si deforma troppo spesso nel clownesco e buffonesco – meritano rispetto, e poi a ben vedere bastano e avanzano (e creano sufficienti grattacapi) le altre domande, se non altro perché sono state poste nell’ordine da Shakespeare, Caldéron, Cechov, Unamuno, Stendhal, Pirandello, Novalis e non ultimo, ovviamente, Freud.

Rispondere è probabilmente impossibile, ma si può fare almeno un tentativo servendosi di un grande sognatore e narratore di sogni come Jean Paul, pseudonimo letterario di Johann Paul Friedrich Richter, scrittore tedesco nato nel 1763 e morto nel 1825. Il “nom de plume” va pronunciato metà in francese (Jean) e metà in tedesco (Paul), perché Richter lo adottò in onore del suo modello letterario Jean-Jacques Rousseau. Il lariano d’elezione Carlo Dossi, che gli è molto affine per approccio e credenziali stilistiche, lo considerava un fratello spirituale e nelle “Note azzurre” ne aveva perfino italianizzato il nome in “Gian Paolo”.

Autore di romanzi a dir poco fluviali (i più noti sono “Siebenkäs”, e “Anni di scapigliatura”) e racconti che sono più che altro fantasticherie volutamente inconcludenti (le vette indiscusse sono il “Giornale di bordo dell’aeronauta Giannozzo”, con la strabiliante invenzione del mondo visto come in sogno da una mongolfiera, “La strana compagnia della notte di San Silvestro”, “Vita del maestrino Maria Wutz” e il terribile “Discorso del Cristo morto”, desolata visione di un universo senza Dio, inserita come narrazione autonoma nella più ampia cornice di “Siebenkäs”), Jean Paul è una di quelle strane e piuttosto indefinibili figure che hanno incarnato l’altra faccia del romanticismo tedesco. Nella sua scrittura, infatti, c’è l’idea e più ancora la dolorosa percezione di una vita che tracima da tutte le parti, simile a un fiume che esce dall’alveo. Questa idea del fiume del tempo e la vita come sogno è presente soprattutto in due racconti: “Vita del maestrino Maria Wutz” e “La strana compagnia della notte di San Silvestro”.

Teatro dell’anima

Non stupisce, quindi, che uno dei più convinti estimatori di quest’ultimo racconto sia stato un autentico collezionista di sogni come Jorge Luis Borges, che infatti lo ha inserito ai primi posti nel suo “Libro di sogni” (forse il suo libro maggiormente autobiografico, con un paradosso tipicamente borgesiano) e lo ha esplicitato prendendo spunto da una celebre definizione di Joseph Addison: «Quando sogniamo, l’anima conversa con innumerevoli individui di sua creazione e si trasferisce in diecimila scene di sua immaginazione; l’anima è insieme il teatro, l’attore e lo spettatore». Il che è verissimo, perché “La strana compagnia della notte di San Silvestro” è il racconto di un sogno, più precisamente di una visione sullo scorcio di un anno e di un secolo, dove è impossibile dirimere scenario, attori e spettatori.

Nelle ultime ore del 1799, in un villaggio della provincia tedesca, si riunisce un gruppo di persone, guidato da un “erudito” che è anche l’io narrante e il personaggio che sogna il futuro. Dice l’erudito, alter ego dell’autore: «I miei pensieri riguardavano in particolare l’immenso fiume del tempo futuro, che scorre lento intorno alla Terra. Guardare avanti, ben oltre il nostro ultimo giorno, e veder avanzare innumerevoli millenni che seppelliscono sotto una coltre di neve sempre più alta i luoghi coperti di muschio dei nostri giochi e della nostra sepoltura e innalzano sopra di noi nuove città e nuovi giardini, e altri ancora su questi, insomma tutto questo eterno edificare e affossare aduggia e opprime il nostro cuore».

La visione assume poi connotazioni sempre più precise, con l’erudito che vede davanti a sé «i lunghi millenni che sospingono un popolo dopo l’altro dalle città alle tombe, le generazioni che si susseguono come repentini rovesci di pioggia». Il visionario Jean Paul scorge addirittura l’Europa americanizzata, le città sovrappopolate e invivibili, il denaro quale unica misura di tutte le cose, la moda che sperimenterà «il lungo più lungo e il corto più corto», la massima tolleranza e l’estrema mescolanza che porteranno a una suprema visione d’insieme ma anche al sommo arbitrio, e infine un caos generalizzato, in un’eterna e noiosissima ripetizione dell’identico.

Assurdità senza rimedio

Le affinità con Leopardi, già sottolineate da Carlo Dossi, sono senza dubbio evidentissime. Ma in Jean Paul c’è una componente di schietto e liberatorio disincanto che sarebbe difficile trovare nel realismo pessimistico di Leopardi. Lo si nota, in particolare, proprio leggendo la “Vita del maestrino Maria Wutz”, quando l’io narrante invita il lettore a «spregiare, meritare e godere una vita così insignificante, perché il limo del tempo è intorno a noi e sale sempre più in alto fino a sotterrarci: bastano tre minuti perché giunga al cuore e ricopra me e voi».

Lo stesso Jean Paul, operando una sapida variazione sul titolo della celeberrima opera di Caldéron, aveva bensì ammesso che “la vita è sogno”, ma aveva aggiunto che si tratta di un sogno che si sogna troppo spesso, o quasi sempre, su un materasso troppo duro. È forse questa l’estrema consapevolezza? Una cosa è comunque certa: si tratta paradossalmente di uno dei pochi modi rimasti per accostarsi realisticamente alla “realtà” e non darle troppa importanza, con buona pace di tutti gli immotivati e strumentali ottimismi che infestano il “pataccaio” vociante di questo basso mondo. L’ottocentesco Jean Paul ha elevato il sogno a strumento conoscitivo e ha prefigurato un’assurdità molto novecentesca, intesa quale cifra più autentica di una condizione umana debole, sconfitta, misera, rassegnata all’insanabilità dei dissidi che la opprimono. Non a caso, circa un secolo dopo, il suo testimone è stato raccolto da un altro grande visionario, August Strindberg, che in un’opera teatrale ha immaginato la figlia del dio Indra, Agnes, che scende sulla terra per capire cosa significa vivere. E alla fine non può che esclamare: «Che pena, gli uomini…». Il titolo dell’opera? “Il sogno”, naturalmente.

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