I “Dormienti” di Pompei: la pace di figure sospese

La mostra L’installazione di Mimmo Paladino a Palazzo Citterio richiama i resti inermi degli abitanti di Pompei. Ma le 32 sculture non hanno posture tragiche, sembrano dormire. Visitatori cullati dalla musica onirica di Brian Eno

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Una buona notizia per gli appassionati d’arte: la mostra i “Dormienti” di Mimmo Paladino, composta da 32 sculture antropomorfe in terracotta, è stata prorogata fino al 13 settembre. L’installazione di uno dei protagonisti più celebrati della scena artistica italiana e internazionale sarà visitabile per quasi altri due mesi nella Sala Stirling di Palazzo Citterio, che propone un progetto appositamente pensato per questo appuntamento, dedicato a uno dei suoi più celebri capolavori e riallestito in stretto dialogo con l’architettura che lo ospita.

«Concepiti alla fine degli anni ’90, quando l’artista li presentò per la prima volta a Poggibonsi, i “Dormienti” - spiega il curatore Lorenzo Madaro - sono stati esposti in numerosi contesti, anche internazionali, a partire dalla Roundhouse di Londra nel 1999, per una mostra realizzata con il musicista Brian Eno, a conferma dell’attitudine del maestro campano al dialogo con altre discipline».

«Possibilità di risveglio»

Per quella occasione Brian Eno compose una traccia sonora che accompagnava la visita del pubblico, riproposta anche per l’appuntamento milanese. Una musica onirica, che prende metaforicamente per mano e culla i visitatori, a dispetto della distesa di corpi rannicchiati che si apre all’ingresso di Sala Stirling.

«Brian Eno - aggiunge Madaro - ne dilata ulteriormente il respiro, aprendo l’opera a una dimensione atmosferica e quasi cosmica, dove il sonno non è abbandono ma attesa, sospensione, possibilità di un risveglio».

I corpi dei “Dormienti”, che ricordano i resti inermi degli abitanti di Pompei ed Ercolano, sorpresi dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., in realtà «traggono ispirazione - spiega ancora il curatore - dai disegni che lo scultore britannico Henry Moore realizzò alle persone rannicchiate nei ricoveri di guerra inglesi durante la seconda guerra mondiale e che, lungi dall’assumere una postura tragica e intimorita, parevano dormire sognando». Ed è una lettura, quella offerta da Lorenzo Madaro, che trova conferma nella percezione immediata che si ha camminando tra le varie figure di dormienti, realizzate in terracotta.

«La prima scultura che avevo in testa era una specie di casa-capanna»: nelle parole di Mimmo Paladino (Paduli, 1948) affiora subito «un’idea dilatata dell’opera - aggiunge ancora il curatore - come ambiente, come luogo mentale e fisico da attraversare con lo sguardo e con il corpo. Fin dagli anni ’70 la sua ricerca oltrepassa infatti la bidimensionalità, trasformando pittura, disegno e scultura in una costellazione di segni, tracce, memorie e stratificazioni capaci di abitare stanze, spazi urbani, contesti remoti, architetture e paesaggi».

Questa tensione trova una delle sue espressioni più alte nei “Dormienti”, nati nel 1998. Qui la figura non si offre come corpo pieno, ma «come resto, reliquia terrestre, frammento che custodisce una soglia». Sono «corpi raccolti, deposti, sottratti a ogni gesto enfatico, eppure potentemente presenti, quasi appartenessero a una comunità remota e futura al tempo stesso».

Considerati «uno dei capolavori della storia dell’arte italiana del Novecento e del presente - ricorda ancora Lorenzo Madaro - i “Dormienti” agiscono oggi con una forza ancora più necessaria: in un tempo attraversato da guerre, macerie e da una crescente assuefazione visiva al dolore, non illustrano la ferita, non la spettacolarizzano, ma la trattengono dentro una misura silenziosa, archeologica, interiore».

Comunità di corpi rannicchiati

E nella Sala Stirling questo grande capolavoro trova una collocazione clamorosamente riuscita. «Lo spazio brutalista - conclude il curatore - si fa culla primigenia per una comunità di corpi rannicchiati, arcaici e contemporanei. La forza minerale dell’architettura accoglie la fragile monumentalità delle figure, facendo emergere un corto circuito tra materia, memoria e tempo».

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