Il racconto del fotografo lariano che catturò con l’obiettivo un momento storico: «Il bacio di Lady D? Ecco come andò»

L’intervista Lady Diana e Mario Brenna, fotografo lariano, personaggio della serie “The Crown”: «Ma la storia di quello scoop è diversa»

Dietro molte foto comparse sulle prime pagine di tabloid e settimanali di tutto il mondo c’è lui. E c’era sempre lui dietro alla macchina fotografica il 3 agosto del 1997, quando immortalò in Sardegna il bacio tra Lady Diana e Dodi Al-Fayed. A firmare lo “scoop del secolo” e migliaia di altri reportage è Mario Brenna, fotoreporter comasco. Ha fatto della riservatezza la sua regola numero uno e la infrange dopo aver visto la serie televisiva “The Crown” perché rappresenta sullo schermo quell’episodio in modo «non veritiero».

Questo è il (vero) racconto di quello scatto, ma anche di vent’anni di silenzio dopo la morte della principessa “triste”, fino ai travestimenti, agli appostamenti, alle foto mancate e a quelle mai pubblicate, non dimenticando un altro comasco. Quello Stefano Casiraghi di Fino Mornasco (un “amico fraterno”) a cui deve molto e che accompagnò - suo malgrado - fino all’incidente nautico dove perse la vita, a soli 30 anni, al largo di Cap Ferrat.

La seconda puntata della nuova serie “The Crown” parla di lei. Si è riconosciuto, al di là della ricostruzione della foto del bacio tra Dodi e Diana?

Non ho mai guardato la serie, ma ovviamente ho visto la puntata. Il ritratto che fanno di me, senza avermi mai contattato, non mi appartiene, è tutto inventato e utilizzato dalla produzione perché loro hanno scelto di dare questa immagine di me. È vero che ho lavorato nella moda, che lavoro come fotogiornalista, oggi da 45 anni mentre all’epoca lo facevo da 20, ma con professionalità e in modo molto riservato. Ho sempre cercato di non apparire in nessuna situazione per salvaguardare il mio lavoro. Non è vero nemmeno che Al-Fayed mi ha ingaggiato per scattare le foto.

Secondo la serie lei ha ricevuto una telefonata, l’hanno portata sul posto e ha fatto lo scoop...

Non ha niente a che vedere con la realtà di quello che è successo in quell’agosto del 1997. Dal 1997 al 2017 non ho mai rilasciato interviste, non ho mai raccontato a nessuno come si sono svolti i fatti per una questione di rispetto verso la tragica scomparsa di Lady Diana. Sono state dette e scritte parecchie cose, bugie gratuite, situazioni riportate, amplificate e modificate. Quando ricevetti la telefonata che mi diceva cosa era successo a Parigi decisi che sarei rimasto in silenzio per rispetto verso chi, all’inizio del mese, mi aveva dato la massima felicità professionale e personale e, poco dopo, era morta in quel modo. Aveva due bambini, io pure, e non volevo entrare nel meccanismo delle interviste, dei soldi che ti propongono per raccontare e per dire la tua. Mi sono sentito in colpa? Sì, ma se ci fosse stato qualcun altro al mio posto avrebbe fatto quelle foto. Stando in silenzio così a lungo, però, ho fatto un errore consentendo a chi non sapeva nulla di parlare.

E qual è allora la verità di quei primi giorni di agosto del 1997?

In realtà è stata Lady Diana a venire da me, visto che già da 15 anni passavo la mia stagione estiva in Sardegna per lavoro. Non ho agito su commissione, è stata proprio lei che ha fatto una vacanza dove mi trovavo io. L’ho scoperto il 1 agosto verso le 13, quando l’ho riconosciuta sullo yacht di Edoardo Polli, lo Jonikal, che, tra l’altro, conoscevo da anni perché ci frequentavamo anche con Stefano Casiraghi. Ero già stato su quella barca, sapevo bene come era fatta e quando da lontano vidi una bionda ero convinto fosse Ilde, la moglie di Edoardo, un’ex modella norvegese. Mi sono avvicinato, a un certo punto lei si è alzata e ho riconosciuto la principessa Diana. Non avevo idea che potesse essere da quelle parti.

Lei quindi non sapeva neanche che, nel frattempo, Polli aveva venduto lo Jonikal alla famiglia Al-Fayed...

L’ho scoperto solo dopo alcuni mesi. Ero convinto che lo yacht fosse di Polli e che fosse stato affittato come charter. Io stavo facendo un sopralluogo nella zona con il mio gommone per vedere le nuove barche arrivate. Era il 1 agosto e a Cala di Volpe c’era la massima concentrazione di yacht del Mediterraneo. La fortuna e la mia capacità professionale mi hanno fatto riconoscere Diana. Nella serie, invece, fanno vedere che il fotografo è stato chiamato, è andato lì accompagnato, in dieci minuti ha fatto tutto e se n’è andato.

Insomma, lei non ha soltanto fatto clic...

Ma no… dietro c’è stato un lavoro di due giorni e mezzo prima di riuscire a fare quelle foto.

Quando ha visto la principessa ha capito subito che avrebbe scattato una foto storica?

No, perché immagini di lei sullo yacht a Saint Tropez erano su tutti i settimanali internazionali di quegli ultimi dieci-quindici giorni. Scatti di lei con il costume rosa con le palme: immagini già viste, niente di nuovo. Io speravo di poter fare qualcosa di diverso e, soprattutto, non sapevo assolutamente della presenza di Dodi Al-Fayed o chi ci fosse sulla barca con lei. Per questo sono stato tutto il pomeriggio in osservazione e, allo stesso tempo, cercavo di nascondermi dagli altri fotografi presenti in Costa Smeralda. Il sabato sono tornato sul posto, la barca era nella stessa posizione, ho aspettato fino alle prime ore del pomeriggio e ho visto solo un paio di volte la principessa scendere dalla scala del ponte superiore, poi in quello inferiore.

Lei fra l’altro era lontano...

Sì e vedevo fino a un certo punto. Stavo a 300-400 metri di distanza. Dopo un po’ mi hanno chiamato per un altro servizio e ho mollato il colpo. Quando sono tornato, nel tardo pomeriggio, la barca non c’era più. Pensai che avrei potuto provare a cercarla la mattina successiva, la domenica. La fortuna, però, ha voluto che Lady Diana decidesse verso le 19 di fare un giro in piazzetta a Porto Cervo con dei bodyguard e con Dodi. Una persona mia amica, che aveva assistito alla scena, mi ha avvertito della presenza di Diana con un uomo un po’ scuro di carnagione e di averli visti imbarcarsi. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che lo yacht fosse ancora nelle vicinanze. Quella sera sono passato a salutare un armatore che mi aveva ospitato ai Caraibi e ho chiesto chi ci fosse a bordo dello Jonikal e mi hanno risposto che c’era il figlio di Al-Fayed con un’ospite. E io sapevo chi era l’ospite (Lady D., ndr). A quel punto in me scattò l’adrenalina e non vedevo l’ora di riuscire a fotografarli insieme.

Arriviamo alla domenica mattina... Il 3 agosto 1997.

Avevo individuato la posizione dello yacht e mi ero preparato. Verso le 10 la barca è partita verso Capo Sperone in Corsica e io, con il mio gommoncino di 4,70 metri con un motore di 40 cavalli l’ho seguito. Il mare era piattissimo, non c’era in giro nessuno. Alle 11 erano in Corsica e hanno fatto il loro primo bagno tra l’isola Piana e Capo Sperone, a Piantarella. Lì c’era un po’ di gente e anche qualche corrente, così ho chiesto a una barca di italiani di farmi salire a bordo. Mi hanno coperto e ho fatto delle foto. Ma si vedeva che Diana e Dodi non si sentivano sicuri e sono risaliti a bordo. Si sono diretti a Cavallo a fare un altro bagno e sono riuscito a scattare altre foto. A quel punto ho lasciato il gommone e ho praticamente scalato Capo Sperone, che conoscevo bene perché avevo già fatto una ventina di servizi. Non avevo bisogno di informazioni, dovevo solo seguirli e aspettare. Verso le 12.30, 12.45, sono saliti sul ponte superiore, si sono abbracciati e si sono baciati. Ero sulla scogliera, un po’ più alto. Se fossi rimasto sul gommone avrei visto solo due testoline.

E cosa ha provato?

Sapevo che erano foto che tutti i fotografi avrebbero desiderato scattare. Va calcolato che avevamo il rullino all’epoca, quindi non si potevano vedere subito. La difficoltà era massima: 400 metri di distanza e l’effetto “foschia” che fa l’aria calda. La qualità era al limite, il massimo possibile. Con la tecnologia di oggi quelle foto si farebbero con una macchinetta di piccolo formato.

È stata la sua giornata fortunata. Anche a livello economico...

Sì, diciamo in tutti i sensi. Subito capii di aver fatto lo scoop non dico del secolo, anche se poi lo è diventato, ma qualcosa di importante.

Il suo vantaggio è stato l’essere lì da solo e quindi con foto uniche?

Assolutamente. In “The Crown” avevo chi mi portava in barca, invece ho fatto tutto da solo con il mio gommoncino. Anche scalare Capo Sperone non fu facile. E le foto... se fossi stato più giovane avrei subito scattato a raffica quando facevano il bagno e sarei rimasto senza film. L’esperienza è stata fondamentale.

Ma è vero che ha guadagnato quasi 2 milioni di sterline con le foto?

No, sono un po’ esagerati. Forse oggi varrebbero così. All’epoca il servizio vendette 1 miliardo e 250milioni per le tre esclusive. Il giorno dopo gli scatti, il lunedì, sono tornato a vedere se la barca fosse partita perché avevo paura che arrivassero altri fotografi, ma ho visto che non c’era più. Alla sera ho sviluppato i rullini, martedì mattina sono venuto a Milano e ho consegnato le foto per le prime vendite al mio agente italiano e ho proseguito per Parigi. Ho venduto a Paris Match e mandato le foto in Spagna, ma avevo il problema delle vendite in Inghilterra. Due colleghi fotografi mi hanno fatto chiamare da Fraser, che non sapevo nemmeno chi fosse, e si è proposto come agente. Il martedì sera ero a Londra per conoscerlo e il mercoledì mattina abbiamo fatto il giro di tutte le redazioni. Si scatenò un’asta: alle 19 accettai la proposta del Mirror per uscire come esclusiva mondiale per 250mila sterline che, all’epoca, erano 700 milioni di lire. Io pensavo di farne al massimo 300. Quello era il reportage più ambito e più atteso del mondo, che chiunque avrebbe voluto realizzare. Professionalmente sono stato bravo, ma sono stato anche molto fortunato perché loro sono venuti da me.

“The Crown” la definisce “il migliore”. Lei era (è) il migliore?

Uno dei migliori. Lo sono stato e probabilmente lo sono ancora, sebbene abbia adesso una certa età. In 45 anni ho fatto migliaia di reportage pubblicati nel mondo, centinaia di copertine nelle quali non sono mai apparso. Faccio fotogiornalismo cercando di raccontare delle storie per immagini come in un puzzle, ma sempre positive. Da giovane, quando facevo il militare, mi avevano mandato a fotografare i funerali di un mio collega paracadutista. Piangevo mentre facevo le foto e giurai a me stesso che non avrei mai guadagnato denaro da situazioni di sofferenza e dolore. Una promessa che mantengo da 45 anni.

Lei aveva già visto o fotografato Lady Diana prima di quell’agosto?

Sì, l’avevo fotografata una decina di volte. In Austria ci eravamo trovati faccia a faccia in un supermercato. Io entravo dall’uscita, lei mi guardò dritta e io dissi “Sorry, is private...”. Discussi anche con i suoi bodyguard.

L’ha fotografata anche con il principe Carlo?

Sì, li seguivo anche in incontri ufficiali a Klosters o a Lech e facevo le foto come tutti gli altri fotografi, foto in posa. Dal 1983 al 1990 ho lavorato con Stefano Casiraghi e questo mi ha permesso di scoprire il mondo delle famiglie reali di tutta Europa: Svizzera e Austria durante l’inverno e, d’estate, avevo scelto di seguire la Sardegna. Ero uno specialista di questo tipo di immagini.

Prima abbiamo parlato dello Jonikal. C’è una coincidenza che lega la famiglia Polli a Stefano Casiraghi. Casiraghi nelle prove del Gran Premio di Motonautica di Montecarlo del 1997 si era fermato ad aiutare Vincenzo Polli (morirà nel 2002 in un incidente al mondiale di Abu Dhabi a 37 anni di età), nipote di Edoardo, che aveva avuto un principio di incendio a bordo dell’offshore e, per questo, aveva perso molto tempo. Per riconfermarsi campione mondiale nella gara Casiraghi avrebbe dovuto vincere. Invece morì in un incidente al largo di Cap Ferrat.

Una coincidenza strana in effetti. Le confido che il 19 giugno del 1997 avevo perso mio papà e quando seguivo lo yacht con Diana e Dodi ho pregato lassù mio papà e Stefano che mi dessero una mano, visto che era per me un periodo complicato. Sono convinto che l’abbiano fatto davvero.

Lei era presente quel 3 ottobre. Che ricordo ha di quella giornata?

Ho avuto per diverso tempo un ricordo traumatico perché io ero il fotografo di Stefano ed ero su un elicottero. Con il suo uomo di fiducia, lui come sommozzatore e io come verricellista, eravamo anche addetti al recupero nel caso in cui fosse successo un incidente e, quando mi sono trovato sul luogo della tragedia, ho cercato di andare a cercarlo con l’elicottero tra i rottami che erano sparsi in un’area di 200-300 metri sperando fosse stato sbalzato fuori dalla barca. Patrice Innocenti, il copilota, era tra i rottami, svenuto ma vivo. Stefano non si vedeva. Ho fatto scendere l’elicottero a 10 metri e, quando ho visto arrivare i soccorsi, mi sono rialzato. Pensavo fosse un incidente che si sarebbe risolto con la camera iperbarica.

Poi ha capito che le cose si erano messe male...

Quando ci si trova in quelle situazioni i secondi durano minuti e i minuti sono eterni. Ho visto che gli hanno fatto a lungo il massaggio cardiaco, ma non c’è stato niente da fare. Mi sono raggelato, per me Stefano era un amico fraterno. In certi momenti un fratello maggiore e in altri un fratello minore. Da sette anni mi aveva cambiato la vita portandomi con lui a Monaco. Un uomo di un’intelligenza rara soprattutto negli affari, di classe, un vero principe. Veniva da una famiglia meravigliosa ed era entrato in una famiglia che aveva bisogno delle sue capacità imprenditoriali e familiari. Aveva creato con Caroline una famiglia stupenda e io ho condiviso tante avventure ed esperienze con loro: la Parigi-Dakar, le gare di offshore, le vacanze... Io e Stefano ci siamo conosciuti quando lui aveva 16 anni e io 18 in discoteca, al Ca’ Franca di Lipomo. Io di Trecallo, lui di Fino Mornasco. L’ho poi ritrovato nell’83, quando si era messo con la principessa Caroline e io ero un fotografo che lavorava in Rai, con Fantastico, Raffaella Carrà, Proietti, seguivo le prime teatrali a Milano. Avevo già un mio curriculum, ma portarmi a Montecarlo e inserirmi in un ambiente internazionale mi ha aperto le porte dei più importanti settimanali del mondo.

Ma è vero che lei quando faceva le foto per non farsi riconoscere spesso si travestiva?

Mi sono travestito, mi sono mimetizzato, ho fatto di tutto. Nel ’78 per due anni ho fotografato Mina, Celentano e Ornella Muti. Una notte ho dovuto recuperare uno scatolone di una lavatrice, metterlo sul furgoncino, fare un buco perché Mina mi curava e conosceva le mie macchine. Il mio sogno era fare il fotografo, ma prima di specializzarmi nell’uso del teleobiettivo e diventare uno dei più fotografi più validi ho fatto qualsiasi cosa con una macchina fotografica in mano per mangiare un panino: fototessere, matrimoni, cresime, fiere, cataloghi e ho spaziato in vari campi.

C’è una foto che si è pentito di aver scattato?

No, non credo. Tutto quello che ho fatto è stato lecito o al limite della legalità. Ci sono invece foto che ho deciso di non fare perché mi rendevo conto che avrei creato dei problemi a chi, magari, mi aveva dato fiducia.

E c’è una foto che vorrebbe aver fatto ma non ci è riuscito?

Ci sono due personaggi che non sono riuscito a fotografare e mi dispiace molto. Ho fotografato tutti, da Michael Jackson a Madonna, ho fatto reportage importanti, ma non sono riuscito a fotografare il pianista Arturo Benedetti Michelangeli, che viveva a Lugano ma non desiderava essere fotografato e nemmeno il regista Stanley Kubrick. Ad esempio, uno felice di farsi fotografare anche durante la malattia è stato il maestro Claudio Abbado. Ho fotografato George Harrison a Lugano quando stava male mentre guardava dal terrazzo uno show aereo. Questo per dare un’immagine positiva anche di persone malate...

Lei ha anche lavorato per persone importanti per foto “ di famiglia”?

Ho lavorato per trent’anni con Silvio Berlusconi e per me è stato un onore oltre che un piacere, 25 anni con l’avvocato Agnelli, 20 anni con l’ingegner De Benedetti. Mi hanno dato fiducia e si è creato un rapporto professionale serio, veloce, di correttezza estrema.

Ultima domanda: sui settimanali di oggi quante foto sue ci sono, anche se nessuno sa che sono state scattate da Mario Brenna?

Tante. Ho fatto George Clooney con la Canalis prima e con Amal poi, Jennifer Lopez, Miley Cyrus con la compagna, il bacio di Daniel Craig ed Eva Green a Villa Balbianello nella scena clou del film 007 e ancora Cristiano Ronaldo quando è stato venduto dal Manchester United al Real e con la fidanzata, Shakira e Piqué, Whitney Houston con Bobby Brown, Pavarotti, Madonna... centinaia insomma. Oggi, che ho 66 anni, fotografo ancora. Ma sta tornando a essere un divertimento.

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