«In Iran è difficile cancellare le idee io ne faccio fumetti»

L’intervista. Majiid Bita, fumettista e autore iraniano, ora vive a Bologna. Ospite domenica sera a Zelbio Cult con il graphic novel “L’autobus incantato”

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Sarà una serata tra arte, letteratura e drammatica attualità quella di domenica a Zelbio Cult (info: zelbiocult.it). A dialogare con Armando Besio dalle 21 nel Teatro di Zelbio in Piazza Rimembranza, 1, ci sarà Majid Bita, intellettuale iraniano, da dodici anni a Bologna. Presenterà al pubblico il suo ultimo lavoro per Canicola, il racconto a fumetti “L’autobus incantato”. L’opera descrive, con forza icastica, le terribili costrizioni di una dittatura.

Majid, perché ha scelto ia forma letteraria del graphic novel?

Il fumetto è il linguaggio che più si avvicina al modo in cui penso. Non nasce solo dalla scrittura o dal disegno, ma dall’incontro tra immagini, ritmo e silenzi. Prima di fare fumetti, ero illustratore e il cinema ha sempre influenzato il mio sguardo: quando costruisco una storia penso alle inquadrature, agli spazi, ai tempi dell’attesa, a ciò che un volto o una strada possono raccontare, senza bisogno di parole.

Nel 2023, ha pubblicato l’acclamato “Nato in Iran”. Quale era allora l’esigenza narrativa?

“Nato in Iran” nasceva da un bisogno di memoria. Dovevo raccontare la mia storia, ma non come un’autobiografia chiusa su me stesso. Volevo che la mia esperienza diventasse anche uno sguardo collettivo sull’Iran, soprattutto su chi è nato tra gli Ottanta e Novanta e ha attraversato la rivoluzione, la guerra, la repressione e tante illusioni di cambiamento.

“L’autobus incantato” denuncia, ora, un grave fatto di repressione politica, avvenuto negli anni Novanta...

I due libri si parlano. “Nato in Iran” mostra come la grande Storia entra nella vita di una persona. “L’autobus incantato” prova invece a narrare come alcune persone cercano di cambiare quella Storia, o almeno di non lasciarsene travolgere. Nel primo libro, parto da me e dalla mia famiglia, nel secondo quasi scompaio come personaggio e lascio spazio a una comunità di scrittori, poeti, giornalisti e dissidenti. È cambiato anche il modo di scrivere: ho ascoltato altre vite, ho studiato documenti, testimonianze per costruire una narrazione più corale. Continuo però, a interrogarmi sul rapporto tra memoria, potere e libertà.

Il suo stile grafico ha tratti espressionistici. Il dolore e l’angoscia dell’esilio si spostano su carta?

Più che trasferire il dolore, cerco di dar forma a una condizione. Il bianco e nero, i volti scavati, i contrasti forti non sono traduzione diretta della sofferenza, ma un modo per costruire un’atmosfera. Mi interessa che anche gli spazi, l’architettura, la luce e i silenzi raccontino qualcosa. I miei personaggi non sono solo vittime: sono persone che continuano a vivere, a parlare, a discutere, perfino a sorridere, dentro situazioni dure. I segni sui loro volti raccontano il tempo che hanno attraversato. Forse anche l’esilio entra nel mio modo di disegnare, ma non come tema. Entra come sguardo.

Come si fondono realtà e dimensione onirica nel libro?

Per me non sono separate. La realtà, soprattutto quando attraversa la violenza, la paura o la memoria, spesso diventa, già di per sé, quasi irreale. L’elemento visionario non allontana dai fatti, ma permette di entrarvi in profondità. Mi interessa il dialogo tra il documento e l’immaginazione.

Raccontare la dolorosa storia dell’Iran per lei è un’urgenza. Riuscirebbe a scrivere storie non iraniane?

Io racconto quello che conosco davvero. L’Iran non è solo il tema dei miei libri: è il luogo in cui sono nato, cresciuto e in cui, ancora oggi, una parte importante della mia vita continua a svolgersi attraverso la lingua, le persone, la memoria e quello che succede ogni giorno. Detto questo, non credo che i miei libri parlino solo dell’Iran. Cerco sempre di partire da una storia concreta per arrivare a domande più universali: il rapporto con il potere, la memoria, l’esilio, la libertà, la responsabilità. Se un giorno il mio Paese riuscirà a vivere qualche anno di pace, di stabilità e di normalità, forse anch’io sentirò il bisogno di raccontare altro.

La cultura iraniana non riesce ancora oggi a trovare libertà. Come può sopravvivere in queste circostanze?

Credo che sia sopravvissuta proprio perché non ha mai smesso di produrre pensiero, nemmeno nei momenti più duri. Molti degli intellettuali che racconto nel libro si sono sentiti traditi due volte: prima perché avevano partecipato alla lotta contro lo Scià, sperando in una società più libera, poi perché sono diventati i primi bersagli del nuovo potere. La loro storia però dimostra anche che una dittatura può imprigionare, censurare o uccidere le persone, ma fa molta più fatica a cancellare le idee. Ancora oggi tanti intellettuali continuano a lavorare, in condizioni difficilissime.

Abbiamo conosciuto il movimento “Donna, Vita, Libertà”. Quale è il suo pensiero su quanto è accaduto in questi anni?

“Donna, Vita, Libertà” è il movimento più importante nato in Iran negli ultimi decenni. Non solo per il coraggio delle persone scese in piazza, ma perché, per la prima volta, è riuscito a unire donne, studenti, lavoratori, minoranze etniche e religiose, artisti, intellettuali e una parte molto ampia della società civile attorno a un’idea comune di libertà. Proprio per questo ha fatto paura. Al regime, che ha risposto con una repressione brutale, ma, in modi diversi, anche a una parte della società iraniana che continua a immaginare il futuro del Paese attraverso modelli autoritari o nostalgie monarchiche. Io credo che “Donna, Vita, Libertà” abbia mostrato che un’alternativa democratica non nasce dalle bombe, dagli eserciti o dai leader imposti, ma dalla maturazione di una società civile capace di costruire relazioni, cultura e partecipazione. Sono convinto che il futuro democratico dell’Iran, e forse anche di una parte del Medio Oriente, non possa prescindere da quell’esperienza.

Oggi l’opposizione è stata tradita anche da Trump e dagli Usa. Quali sono i suoi sentimenti in proposito?

Credo che la guerra rappresenti uno dei momenti più drammatici per la società civile iraniana degli ultimi anni. È arrivata proprio quando, nonostante la repressione, il movimento “Donna, Vita, Libertà” aveva aperto uno spazio politico costruito da donne, studenti, lavoratori, artisti e intellettuali. Mi ha indignato vedere il conflitto raccontato come guerra di liberazione. Non c’è nulla di liberatorio nelle bombe che colpiscono città, scuole, ospedali e civili. Lo abbiamo visto in Iraq, in Afghanistan, a Gaza e oggi anche in Iran. I criminali di guerra cambiano nome, ma le vittime restano sempre le stesse. Donald Trump, Benjamin Netanyahu e chi ha sostenuto quella strategia hanno tradito la società civile iraniana che dicevano di voler aiutare.

Cosa sogna per il suo Paese e per se stesso?

Sogno un Iran in cui la normalità non sia un privilegio. Un Paese in cui nessuno debba rischiare la propria vita per scrivere un libro, fare un film, insegnare, studiare o semplicemente esprimere un’opinione. Dopo tanti anni, fatico a parlare di speranza: preferisco parlare di responsabilità e di resistenza quotidiana. Per me, il desiderio è semplice. Vorrei continuare a scrivere con onestà, senza rincorrere l’attualità ma senza voltarmi dall’altra parte. E mi piacerebbe che un giorno il mio Paese mi costringesse a narrare altro: non perché l’Iran abbia perso la sua complessità, ma perché finalmente non sia più la violenza a imporre le storie che sento il dovere di raccontare.

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