In missione a Ceuta e Melilla tra chi rischia la vita in mare

L’intervista. Rachele Ferrari, sociologa, racconta l’esperienza nelle terre spagnole in Marocco tornate alla ribalta della cronaca. «I migranti chiamano “Risky” il viaggio verso l’Europa: si aggrappano ai tiranti delle navi, sanno di poter morire»

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La nuotata con il terrore addosso e, una volta arrivati a Ceuta o a Melilla, terre spagnole in Marocco, la determinazione a non voler rimanere nelle enclavi, per ripartire verso il resto dell’Europa. E allora c’è l’unica possibilità rischiosissima di attaccarsi ai tiranti delle navi che arrivano e ripartono dal porto, oppure di nascondersi tra le ruote dei camion che passano la frontiera. In entrambi i casi si tratta il rischio è altissimo: ecco perché chi tenta la fuga dall’Africa verso l’Europa a Ceuta o Melilla chiama quel percorso “Risky”.

«Attraverso i social il “Risky” viene propagandato come l’unica soluzione possibile per gli Harraga Marocchini. Harraga, è così che si chiamano i giovani adulti e minori migranti che dal Marocco cercano di raggiungere l’Europa. Harraga perché in arabo significa “colui che brucia”, dal verbo harg, bruciare. Gli Harraga sono quelli che bruciano le frontiere, che le attraversano sfidando le leggi che glielo impediscono». Lo spiega Rachele Ferrari, sociologa e attualmente operatrice di strada nell’ambito della riduzione del danno e dei servizi a bassa soglia nei comuni di Padova e Venezia, che conosce bene la situazione delle enclavi, visto che nel 2022 ha vissuto un lungo periodo a Melilla da cui è nata la sua tesi di laurea.

«A Ceuta e a Melilla, i migranti nuotano nel breve tratto di mare che separa il Marocco dalla Spagna, oppure cercano di superare la barriera terrestre del confine, ma sanno che la polizia è severissima. C’è anche chi tenta l’ingresso in Europa in altri modi altrettanto rischiosi - racconta Ferrari - Al porto di Melilla ci sono navi che arrivano ogni giorno e i migranti cercano di salirci attaccandosi ai tiranti o, sulle strade, alle ruote dei camion che passano il confine: è una pratica mortale perché quando si buttano si feriscono, ma ne sono consapevoli e cercano di ammortizzare paura e dolore inalando stupefacenti, soluzioni tossiche e chimiche necessarie per non fargli sentire paura, dolore, freddo, fame». Non è da oggi che i migranti cercano di arrivare a Ceuta e Melilla, ma l’ondata dei 60mila migranti di quest’estate e le decine di vittime annegate, ha riportato la questione all’attenzione del mondo.

I 60mila di fine luglio hanno riportato l’attenzione sulla questione dei migranti dal Marocco. Perché proprio ora?

Il “Risky” non è un fenomeno di oggi, a Ceuta e Melilla avviene tutti i giorni da anni, ma l’arrivo dei 60mila di quest’estate è probabilmente legato anche al fatto che la Spagna abbia deciso di dare garanzie sul rimpatrio a chi arriva dal mare, che prima non erano assicurate. Prima se ti fermavano ti rimandavano subito in Marocco, le nuove disposizioni dicono invece che devono essere rispettate garanzie per i migranti da rimandare a casa.

Che esperienza ha di quei luoghi?

Io ero a Melilla nel 2022 e stavano già ampliando la frontiera, ma le forze dell’ordine costringevano chi veniva dal mare anche a nuotare indietro, ora invece chi tocca il suolo spagnolo può chiedere asilo (la nuova disposizione del Tribunale Supremo spagnolo implica che chi arriva dal mare può chiedere asilo, perché non può più essere respinto immediatamente, “devolución en caliente”, senza una valutazione individuale, ndr).

I residenti come vivono questa situazione?

Non tollerano i migranti, anche se sembra che la situazione stia cambiando. Mi ha molto stupito sapere che a inizio agosto i residenti si sono schierati contro un gruppo spagnolo di estrema destra arrivato a Ceuta per fare violenza sui migranti. Oggi tra i residenti c’è chi dice che i migranti non possono vivere in situazioni estreme come quelle che affrontano una volta nelle enclavi, altri dicono che non si sentono sicuri, vivono la stessa situazione dei siciliani di Lampedusa. Il 24 giugno 2022, quando ero a Melilla, seimila persone sono scese a piedi dalla montagna per superare le recinzioni del confine e una settantina sono morte, alcune asfissiate, schiacciate dalla folla, altre sotto i colpi sparati dai militari.

Chi riesce a toccare il suolo spagnolo poi cosa fa?

La situazione è molto complessa. Spesso vivono per strada, se sono minori in centri di accoglienza infestati dai topi, in attesa di poter emigrare di nuovo verso altri Stati europei. Secondo me, è però importante riconoscere il valore politico del collettivo migrante che dice: “Voi ci chiudete le frontiere e noi rischiamo la vita per superarle in ogni modo“. Questo atteggiamento ha un valore enorme, rivendicando il diritto di muoversi liberamente, che dovrebbe essere garantito a livello universale. Dal Marocco non riescono ad entrare a Ceuta e Melilla legalmente perché non hanno i documenti che costano tanto, come pure il visto, e poi le due enclavi restano tra le rotte più facili verso l’Europa. Ci sono persone che entrano legalmente perché hanno i soldi, ma poi in Europa si trovano a vivere in strada. Ma tutti i ragazzi che ho conosciuto erano convinti di non avere altra alternativa per entrare in Europa se non tentare il “Risky”.

La traversata in mare a nuoto a Ceuta non è di molti chilometri, benché pericolosissima…

Non so esattamente i chilometri, ma sono pochi e mi sconcertava vedere da Melilla il porto marocchino e le frontiere spagnole così vicine, ma nuotare di notte con la marina marocchina e spagnola che ti inseguono non è facile. I migranti nuotavano anche sei ore e poi si dovevano nascondere tra gli scogli e capire anche come sopravvivere. Alcuni si legavano alle taniche per galleggiare, studiavano tutte le strategie possibili per farcela, anche perché la repressione della polizia inizia prima che si buttino in mare. Ho visto arrivare ragazzi con le gambe morsicate dai cani e ho intervistato persone che erano state rimpatriate fino a Casablanca e che poi hanno dovuto ricominciare da zero il viaggio.

Nelle enclavi, per chi ci arriva, inizia una nuova vita?

Sì, ma non facile. Una volta arrivati a Melilla i ragazzi marocchini non avevano accesso alle strutture di assistenza perché il Marocco non era considerato uno Stato in guerra e se, dopo tre mesi di permanenza, la loro richiesta d’asilo era rifiutata, erano daccapo. In quella attesa vivevano in strada. Poi c’era il problema dei minori che venivano rinchiusi in una vecchia fortezza militare trasformata in centro di accoglienza per minori non accompagnati, ma vivevano in mezzo i topi. Ho conosciuto undicenni che dopo la nuotata hanno rifiutato il centro e stavano in strada in attesa di salire sulle navi, per fare un altro “Risky”. I minorenni, in teoria, dovrebbero aspettare nel centro il compimento dei 18 anni, ma preferiscono aggrapparsi alle navi e raggiungere il prima possibile la penisola. Arrivavano da noi o con il braccio rotto, o con la testa aperta. Un ragazzo si era completamente bruciato perché era finito troppo vicino al motore della nave.

E la vita nelle enclavi scorre?

Sì, mi sconvolgevano la repressione, il razzismo, ma anche la convivenza: tutti vedevano questi ragazzi, magari mentre andavano in spiaggia, era come se i migranti fossero parte del paesaggio. Due anni dopo sono andata per alcuni mesi a Bilbao perché volevo proseguire la mia ricerca e seguire alcuni migranti, nel frattempo diventati amici, che si erano stabiliti là, ma non l’ho fatto perché mi sembrava di usarli. Questa realtà che ho vissuto da vicino mi ha colpito e ho capito qual era il mio ruolo nei confronti dei migranti: ero una donna bianca e osservavo quel fenomeno da ricercatrice. Per loro era tutta un’altra faccenda. Non ho smesso però di lavorare con chi ha una vita difficile e vive in strada, a Padova con chi non ha altro posto dove andare, e molti sono migranti, e a Mestre con chi si droga.

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