L’indole novecentesca di Baresi e il mondo di oggi: «Avrebbe ignorato i social»

Due chiacchiere con Giuseppe Pastore Giornalista di Cronache di spogliatoio e autore de “Il Milan col sole in tasca. Gli anni 1986-1994” : «Credo che si sarebbe tenuto fuori dalle dinamiche dell’online, come fa anche Sinner»

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Tra i più apprezzati giornalisti e divulgatori sportivi, ha avuto molto successo tra i lettori più giovani grazie a Cronache di spogliatoio ed è autore di libri come “Il Milan col sole in tasca” (66thand2nd), che raccontano il calcio come fenomeno culturale oltre che sportivo, Giuseppe Pastore ripercorre la figura di Franco Baresi.

Uno dei più grandi, ma anche uno dei meno mediatici: come mai?

L’indole di Baresi è un’indole molto novecentesca, lo accomunerei a Paolo Conte che era un milanista della musica e dello spettacolo molto riservato, geniale senza avere i tratti comuni, classici e stereotipati del genio. Baresi era geniale a suo modo perché interpretava il calcio in maniera visionaria rispetto all’epoca e rispetto al futuro, cosa che gli è stata riconosciuta da tutti gli allenatori e anche da persone extra calcio.

Se fosse un giovane calciatore oggi userebbe i social?

Oggi sarebbe forse costretto a essere mediatico e la cosa gli creerebbe problemi. Ci sono anche ora calciatori o atleti che frequentano pochissimo i social e c’è poi chi li usa in maniera anti convenzionale o proprio li ignora. Penso che Baresi li ignorerebbe, anche se temo che avrebbe bisogno di una o due scottature social per capire che, dal suo punto di vista, sarebbe meglio stare sul calcio giocato. Una cosa che, per esempio, lo accomunerebbe a Sinner, che ripete continuamente che i social non sono la vita reale e che ciò che conta è il lavoro e la concretezza. Penso che Baresi, consapevolmente o meno, manderebbe lo stesso messaggio.

Molti ragazzi che seguono il calcio oggi non hanno visto giocare Baresi, quali aspetti del suo modo di essere crede possano però colpirli ancora?

Il calcio di oggi deriva da quello di trent’anni fa. Baresi nasce come libero vecchio stile di grande personalità - partiva, andava avanti, ribaltava l’azione, cose che appartenevano agli Scirea o ai Beckenbauer - e con Sacchi diventa un giocatore che governa come nessuno la linea, si adatta alla tattica del fuori gioco che cambia il calcio, riuscendo a impadronirsi di questo nuovo stile di gioco. E lì è come se reimparasse a giocare. Una cosa di lui che oggi si trova sempre meno poi è la leadership, che non è solo saper parlare ai compagni, ma anche assumersi le responsabilità in mezzo al campo, non limitarsi al passaggio facile o allo scarico al compagno accanto, ma prendersi il rischio, mostrando con l’esempio che il coraggio paga sempre. Una cosa che anche fuori dal campo tendiamo un po’ a dimenticare ultimamente.

Se dovesse spiegare a un giovane oggi chi era Baresi, quale storia tra le tante sceglierebbe?

Di sicuro la storia più famosa, ovvero lui che rinuncia ad andarsene e segue il Milan in serie B, per la seconda volta, nell’82. Ma è una storia che oggi non funzionerebbe più: lì divenne capitano seguendo il diavolo all’inferno e venendo poi ripagato da anni di paradiso calcistico. La storia più caratteristica però, per me, arriva a fine carriera: la finale del ’94, quando si fa male al menisco, un infortunio grave, e dopo 23 giorni dall’operazione è capace di giocare una finale mondiale contro l’attaccante più forte del mondo, Romário. E la gioca in maniera favolosa. Amava talmente tanto il gioco e il proprio lavoro che nonostante tutto gli consigliasse di non rischiare, lui per dovere della bandiera e della maglia e della propria etica scese in campo e giocò una partita straordinaria.

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