Marjane Satrapi e un segno che non si cancella
Lutto È morta in Francia a 56 anni l’autrice di “Persepolis” fumetto rivoluzionario per lo stile, ma anche atto politico. In quello e in altre opere raccontò l’Iran come paese reale
Lettura 3 min.Raccontare la storia di un paese con una matita: nessun libro di testo è mai riuscito a eguagliare un’impresa simile. Marjane Satrapi l’aveva capito prima di chiunque altro e, con quella matita, aveva fatto ciò che diplomazie, saggi accademici e reportage non erano riusciti a fare: restituire l’Iran al mondo nella sua complessità umana, dolorosa e irriducibile.
Ha deposto la matita il 4 giugno 2026 a Parigi, a 56 anni. La famiglia ha comunicato che «è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita».
Nata a Rasht nel 1969 in una famiglia di orientamento progressista Satrapi aveva vissuto da bambina la grande frattura della storia iraniana: la caduta dello Scià, la rivoluzione del 1979, l’avvento della Repubblica islamica con tutto il suo carico di repressione, i veli imposti, la guerra con l’Iraq, le libertà confiscate una per una.
La ferita iraniana sulla pelle
A quattordici anni i genitori la mandarono a Vienna, per sottrarla a un regime che diventava ogni giorno più soffocante, soprattutto per le donne. Furono anni difficili, segnati dalla solitudine dell’espatriata e da una precocissima familiarità con il senso di non appartenere a nessun luogo in modo definitivo. Fu un esilio che non finì mai davvero: si trasferì poi a Parigi, dove rimase per il resto della vita, ottenendo la cittadinanza francese nel 2006. Ma non smise mai di essere iraniana. Quella doppia appartenenza — quella ferita tenuta aperta per scelta — era la materia prima di tutto il suo lavoro.
A Parigi frequentò l’École Supérieure des Arts Décoratifs e si avvicinò al mondo del fumetto d’autore gravitando attorno all’Association, il collettivo che negli anni Novanta stava ridefinendo il graphic novel europeo. Fu lì che incontrò David B., al secolo Pierre-François Beauchard, autore de “L’Ascension du Haut Mal”, la sua opera autobiografica sull’epilessia del fratello: un libro che per Satrapi fu rivelazione e modello insieme, la dimostrazione che il fumetto poteva contenere la vita vera senza semplificarla. Da quell’incontro nacque il bianco e nero assoluto di “Persepolis”, le sue linee nette, la sua capacità di alternare la prospettiva della bambina e quella dell’adulta senza mai perdere la bussola emotiva.
“Persepolis”, pubblicato in quattro volumi tra il 2000 e il 2003 e disponibile in italiano nell’edizione integrale Rizzoli Lizard, non era solo una memoria personale. Era un atto politico. In un’epoca in cui l’Iran veniva ridotto a uno slogan della guerra al terrorismo, Satrapi metteva in scena famiglie che ascoltavano gli Iron Maiden di nascosto, ragazze che si tingevano i capelli sotto il velo, intellettuali che bevevano vino nei salotti chiusi.
Mostrava un paese reale, non un’icona del Male. Il bianco e nero essenziale di quelle tavole non era una scelta estetica ma etica: quella storia non ammetteva mezze tinte. L’adattamento animato che Satrapi co-diresse nel 2007 con Vincent Paronnaud portò il racconto al grande pubblico internazionale: Palma d’oro a Cannes nella sezione “Un Certain Regard”, candidatura all’Oscar, e soprattutto la dimostrazione che il fumetto poteva fare il cinema meglio del cinema. Vale la pena vederlo anche per chi ha già letto il libro: la scelta di mantenere il bianco e nero e la voce narrante della Satrapi bambina gli conferisce una tensione che l’animazione raramente raggiunge.
Pollo alle prugne
Meno conosciuto ma altrettanto necessario, “Pollo alle prugne” — albo premiato ad Angoulême nel 2005 — raccontava la storia di Nasser Ali Khan, suonatore di tar (il liuto persiano) che dopo aver perso il suo amato strumento decide di lasciarsi morire. Più fiabesco e malinconico di “Persepolis”, rivelava una Satrapi capace di muoversi tra registri diversi senza perdere mai la precisione dello sguardo. Anche questo divenne un film nel 2011, sempre con Paronnaud, con Mathieu Amalric protagonista. Da segnalare anche “Ricamo”, realizzato nel 2003, un’opera corale costruita attorno alle conversazioni tra donne iraniane di generazioni diverse. Un vero e proprio documento antropologico mascherato da fumetto, e forse il suo lavoro meno citato e più sottovalutato.
Fino alla fine Marjane mantenne quella coerenza intransigente che ne faceva un personaggio scomodo quanto necessario. Nel gennaio 2025 rifiutò la Légion d’honneur - la più prestigiosa onoreficenza della Repubblica francese, istituita nel 1802 da Napoleone Bonaparte per meriti civili e militari straordinari resi alla Francia -, motivando il gesto con la denuncia dell’ipocrisia della Francia nei confronti dell’Iran. Nessuna resa ai simboli istituzionali, nessun accomodamento col potere. Era la stessa persona che da ragazza aveva nascosto le musicassette dei Bee Gees sotto il velo, e non aveva cambiato metodo: la resistenza, per lei, era sempre stata una questione di dettagli concreti, non di proclami.
Una rivoluzione tradita
Negli ultimi anni era tornata in prima linea curando l’antologia collettiva di graphic journalism “Donna, Vita, Libertà” (Rizzoli Lizard, 2023). Il libro ripercorre la cronaca dei fatti legati a Mahsa Amini, la studentessa ventidueenne arrestata e uccisa a Teheran dalla polizia morale per non aver indossato il velo in modo corretto. Oltre a spiegare i meccanismi di censura, sorveglianza e violenza perpetrati dal regime teocratico degli Ayatollah, l’opera evidenzia l’elemento straordinario e inedito di questa rivolta: una rivoluzione femminista guidata dalle donne e massicciamente sostenuta e difesa anche dagli uomini.
Il fumetto, per Satrapi, non era mai stato un genere minore. Era lo strumento più efficace per dire la verità senza che nessuno potesse alzarsi e andarsene. I lettori restavano lì, vignetta dopo vignetta, dentro una storia che li riguardava anche se erano nati dall’altra parte del mondo. È questa la misura del suo lascito: non un’opera di nicchia per appassionati di graphic novel, ma un documento del Novecento che le scuole di mezzo pianeta usano ancora per spiegare ai ragazzi cosa sia una rivoluzione tradita.
Oggi la sua voce si è spenta, ma le sue storie rimangono intatte sul foglio, con la stessa indomabile forza e la franchezza che lei ha sempre preteso da se stessa.
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