Morte di Ratko Mladić, se ne va il genocida
ma non le sue idee
Attualità L’ex generale serbo-bosniaco deceduto in cella a 84 anni, in questi giorni, era stato condannato dall’Aia per l’eccidio commesso a Srebrenica. Eppure in Serbia è visto come un eroe e su di lui girano miti pericolosi
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Sarajevo
Tra le strade di Zvornik, nel nord-est della Bosnia Erzegovina, la notte del 27 agosto è tornato a risuonare il nome di Ratko Mladić. Lo cantava un gruppo di giovani uomini marciando per la città dietro ad alcune bandiere serbe. Si erano radunati, lì come in decine di altre località tra Bosnia Erzegovina e Serbia, per dare un ultimo saluto all’ex generale serbo-bosniaco morto poche ore prima nella sua cella a Scheveningen, nei Paesi Bassi. Criminale di guerra, genocida assassino per la maggior parte del mondo. Eroe, difensore della patria per i nazionalisti serbi.
Il terrore e le altre condanne
La morte in carcere di Mladić era l’unica fine possibile per la sua condanna all’ergastolo.
I suoi avvocati hanno chiesto più volte che venisse rilasciato per motivi di salute legati alla vecchiaia e a diversi infarti. I giudici del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia hanno sempre rifiutato sostenendo che non ce ne fossero le ragioni: l’ospedale dell’unità di detenzione dell’ONU aveva a disposizione tutte le ultime tecnologie mediche e il regime di permessi di visita speciale gli permetteva di ricevere familiari con grande frequenza. Anche se in carcere, la sua morte a 84 anni è avvenuta in condizioni dignitose. Non si può dire altrettanto delle decine di migliaia di persone trucidate dalle truppe sotto il suo comando.
Il suo nome sarà per sempre legato a Srebrenica. La piccola enclave sotto il controllo delle forze di peacekeeping dell’ONU avrebbe dovuto essere una zona sicura per i profughi bosgnacchi (i musulmani di Bosnia) in fuga dalla violenza dell’esercito serbo-bosniaco. Ma l’11 luglio del 1995, di fronte all’avanzata dell’esercito, le forze ONU si fanno indietro, abbandonando migliaia di civili al loro destino.
Quando Mladić entra a Srebrenica promette alla folla disarmata, di fronte alle telecamere, che non gli verrà torto un capello. E invece Srebrenica diventa teatro dell’eccidio sistematico di circa 8000 uomini e ragazzini bosgnacchi i cui cadaveri verranno poi seppelliti, riesumati e ri-seppelliti più volte nel tentativo di occultare il crimine - l’unico tra i tanti commessi nei Balcani che il Tribunale dell’Aia ha definito genocidio. Ogni anno nel giorno dell’anniversario vengono seppelliti con una cerimonia pubblica i corpi che continuano ancora oggi ad essere trovati ed identificati: quest’anno, a trentun anni di distanza, sono stati 10.
Le altre condanne che Mladić ha ricevuto sono per la persecuzione e lo sterminio di bosgnacchi e croati in tutta la Bosnia-Erzegovina, per aver terrorizzato la popolazione di Sarajevo con una campagna di bombardamenti e cecchinaggio, e per aver preso in ostaggio alcuni caschi blu delle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite.
L’ex generale viene arrestato solo nel 2011, dopo quindici anni di latitanza, e portato all’Aia. Il suo processo dura sei anni, necessari per ascoltare i tanti testimoni e per analizzare le numerosissime prove portate dall’accusa contro di lui.
I conflitti dei Balcani negli anni ’90 sono stati i primi dell’era delle televisioni all news, tra quelli più documentati dai media internazionali e Mladić era un uomo a passo coi tempi. Si faceva spesso accompagnare da telecamere di suoi fedeli dell’esercito e non era certo restio alle interviste alla stampa internazionale. Su YouTube oggi si trovano centinaia di video che lo immortalano sulle alture attorno a Sarajevo, la città che ha tenuto in assedio e fatto bombardare costantemente per quasi quattro anni, o mentre entra a Srebrenica.
Una famosa intervista del luglio 1993 con la corrispondente di guerra di CNN Christiane Amanpour si apre con un primo piano dell’ex generale che parla così dei bosgnacchi: «È bello averli in giro, ma in una concentrazione minore». Poi ride della battuta, imitato dai suoi uomini. Circa un anno prima il giornalista inglese Ed Vulliamy aveva documentato a Omarska e Trnopolje l’esistenza di campi di concentramento per bosgnacchi costruiti e controllati dall’esercito di Mladić.
Ora lascia un capitale politico
Non basta questa abbondanza di prove, non basta il verdetto dell’Aia confermato in appello nel 2021: sono ancora tantissimi i serbi che lo considerano un eroe. In Serbia, il ministro della giustizia Nenad Vujić ha annunciato che “il macellaio di Bosnia”, così veniva chiamato dalla stampa internazionale, sarà sepolto con i massimi onori.
I tabloid sotto il controllo del governo autocratico del presidente serbo Aleksandar Vučić hanno incensato Mladić, attaccato chi lo ha giustamente definito un criminale, accusato la corte dell’Aia di averlo ucciso facendogli mancare le cure. Alcuni dei resoconti dei suoi ultimi minuti di vita descrivono particolari che sembrano riferirsi all’assunzione in cielo di un’anima santa. Stiamo assistendo in diretta all’attenta costruzione di un mito e di un capitale politico che verrà fatto fruttare al momento giusto. Come ha spiegato l’analista politico Aleksandar Djokić, quello di Mladić “è solo un esempio, dietro c’è un intero pantheon. È abbastanza per tessere un universo [...] dopodiché, basta puntare un dito e lo spirito della massa si scatena, che sia alle urne o in guerra.”
In Bosnia Erzegovina la notizia ha aperto ferite mai davvero rimarginate e tornate a bruciare di fronte alle celebrazioni sguaiate dell’uomo che per anni ha terrorizzato l’intero paese.
I politici della Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, hanno reso i loro omaggi all’ex generale, tanto quelli al governo quanto quelli di opposizione. Nessuno di loro ha accennato ai crimini e alle condanne dell’uomo che tra ’92 e ’96 è stato a guida dell’esercito dell’entità.
Dolorosa e divisiva, la morte di Ratko Mladić è un passo ulteriore verso la fine di un’era. Un giorno anche Radovan Karadžić, controparte politica di Mladić durante la guerra in Bosnia e come lui condannato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, morirà nella sua cella sull’Isola di Wright e poi via così, fino a che l’ultimo dei criminali delle guerre dell’ex Jugoslavia avrà finito di scontare la propria pena, in un modo o nell’altro.
Le loro idee e il loro mito, purtroppo, vivranno molto più a lungo.
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