(Foto di EPA/PONTUS LUNDAHL)
Letteratura Il premio all’autrice canadese dallo stile sperimentale. In università ha insegnato lettere classiche. Nella sua vasta e ricca opera mescola mito e quotidianità. Scrive in inglese ma seguendo il ritmo del greco antico
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Per addentrarsi nel laboratorio di Anne Carson bisogna innanzitutto fare i conti con un mostro. Gerione, la creatura alata e dalla pelle rossa attinta dal mito di Stesicoro, nelle mani della scrittrice canadese perde i contorni del mito per diventare un ragazzo fragile e contemporaneo, che scatta fotografie ai vulcani, si innamora di Eracle e cerca nel proprio corpo una spiegazione.
È il cuore di “Autobiografia del rosso”, il libro che nel 1998 l’ha fatta conoscere oltre il mondo degli studi classici. Il punto è questo: Carson non ha mai trattato l’antichità come un museo. La porta nel presente, la fa dialogare con Emily Dickinson, Proust, Virginia Woolf, con il cinema e la vita quotidiana. Scrive in inglese, ma la sua lingua letteraria è abitata dal greco antico. È una convivenza che dice molto della sua idea di letteratura: il passato continua a interferire con il presente.
Nata a Toronto nel 1950, Anne arrivò al greco quasi per caso. Da studentessa si innamorò di quella lingua grazie a un’insegnante che le offrì lezioni durante la pausa del pranzo. Da lì vennero gli studi classici, il dottorato, l’insegnamento e una carriera che ha reso poroso il confine tra filologia e invenzione. Ma sarebbe riduttivo chiamarla soltanto classicista. Ha scritto versi e tragedie, tradotto Saffo ed Euripide, composto saggi e prose difficili da catalogare. La sua opera sembra nascere proprio nel punto in cui le etichette smettono di funzionare.
Con “Eros il dolceamaro”, pubblicato nel 1986, arriva una delle domande che accompagneranno tutta la sua scrittura: perché desideriamo ciò che non possediamo? L’autrice legge l’eros antico come distanza. Il desiderio nasce da una mancanza, da uno spazio tra chi guarda e ciò che vuole raggiungere. È una tesi filologica che nelle sue mani diventa una chiave per leggere amore, perdita, memoria e linguaggio.
Da allora la poetessa ha lavorato sulle fratture. Nei frammenti di Saffo ha trovato una scrittura già spezzata dal tempo; in “Uomini fuori servizio” ha mescolato storia, verso e prosa; in “La bellezza del marito” ha raccontato un matrimonio finito trasformandolo in un saggio-romanzo in ventinove tanghi, nei quali il ritmo e la tensione della danza restituiscono l’andamento oscillante dall’inizio alla fine di un amore. In “Decreazione” ha spinto ancora più avanti il confine tra ricerca lirica, filosofia, teatro e musica.
E poi c’è “Nox”, il libro in cui forma e perdita diventano più fisiche. Nato dalla morte del fratello Michael, è un oggetto fatto di fotografie, citazioni, traduzioni, ricordi e frammenti. Mai tradotto in italiano, resta forse il suo libro che più radicalmente trasforma il lutto in forma materiale. Non racconta la perdita come una storia lineare: la dispone sulla pagina come ciò che resta quando una persona non c’è più. La memoria non ricostruisce il passato; lo cerca, perde pezzi e torna indietro.
La forma lirica, per lei, non è soltanto una forma: è un modo di guardare. Può entrare in un saggio, in una fotografia, in una scena teatrale, perfino nel vuoto tra due frammenti.
Il suo inglese non è mai una lingua neutra. Dentro la frase contemporanea restano il ritmo del frammento greco, la precisione della parola studiata da filologa, la libertà di chi sa che ogni traduzione è anche una scelta. Il greco, nelle sue mani, non è mai sfoggio d’erudizione: è una chiave per riaprire e ridisegnare la nostra percezione del presente.
Per questo i suoi libri resistono alle definizioni facili e, una volta tradotti, conservano una loro stranezza.
Qui si fonda la motivazione del Nobel. L’Accademia ha riconosciuto in lei una scrittura audace e inventiva, capace di confrontarsi con la tradizione classica e, nello stesso tempo, di aprire nuove forme letterarie. Una definizione che sembra inseguire i suoi libri: verso e prosa, dialogo e traduzione, mito e autobiografia si incontrano senza che un genere prevalga sugli altri.
Ma c’è anche qualcosa che va oltre la definizione dei generi. L’autrice è canadese, ha costruito la sua formazione negli Stati Uniti e dal 2022 possiede anche la cittadinanza islandese. Più che rappresentare una letteratura nazionale, la sua opera attraversa lingue, epoche e tradizioni. È un Nobel che, senza essere politico, sembra premiare un’idea di letteratura oltre i confini: non una scrittrice che appartiene a un luogo, ma una scrittrice che delle frontiere ha fatto il proprio territorio.
Il Nobel arriva così a una scrittrice che ha passato gran parte della sua carriera a mettere in discussione i confini della letteratura. Non li attraversa per provocazione: lo fa perché una storia può avere bisogno di più forme. Il mito può diventare autobiografia, la filologia può diventare poesia, la traduzione può diventare invenzione.
Mentre in Italia la sua consacrazione coincide con una rinnovata stagione editoriale — segnata da numerose traduzioni e ripubblicazioni per diverse case editrici (da “Autobiografia del rosso” per Bompiani e La nave di Teseo, alle opere per Utopia, Crocetti e Biblion) —, per comprendere a fondo l’essenza della sua opera la strada più diretta rimane il ritorno alla figura di Gerione.
Il mostro che Stesicoro aveva lasciato nei frammenti diventa un ragazzo che fotografa il mondo per provare a capirlo. Anne Carson fa lo stesso con la letteratura: prende ciò che è rimasto, ciò che arriva da lontano, e lo guarda da un’altra angolazione. Non ricostruisce il passato, lo rimette in circolo.
È qui che il Nobel acquista il suo significato. Non viene premiata perché ha scelto un genere nuovo, ma perché ha dimostrato che la letteratura può continuare a cambiare forma senza perdere la propria necessità. In un’epoca che ama classificare tutto, la sua opera difende l’irregolarità, l’ibrido, il margine. È una letteratura che non promette di spiegare tutto e ci ricorda, piuttosto, che qualcosa rimarrà sempre fuori fuoco: un volto, una parola, un amore, un verso. E forse è proprio lì, nella parte che non riusciamo ad afferrare, che comincia la poesia.
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