Perché Miranda Priestly avrebbe detestato le influencer

Il sequel da oggi al cinema La moda è un inferno: un sistema verticale e gerarchico fondato però su competenze, cultura e visione. Così lo incarnava il personaggio de “Il diavolo veste Prada”, in contrasto con la democratizzazione di oggi sui social

Body shaming, mobbing, passive-aggressive behavior. Sono queste le accuse che, rivedendo “Il diavolo veste Prada” oggi uno spettatore della nuova generazione potrebbe rivolgere a Miranda Priestly. Eppure — per quanto possa sembrare inopportuno dirlo — Miranda sapeva fare il suo lavoro. Perché la moda è un inferno.E lo sa bene chi la moda la fa, non chi la racconta. Resta da capire se, nel secondo capitolo - atteso in Italia il 29 aprile 2026 - Miranda si sarà ammorbidita, adattandosi agli smielati e rassicuranti canoni del pensiero comune, oppure se sarà rimasta ciò che è sempre stata: colta, autoritaria, irriducibilmente fedele a sé stessa.

La persona che, nella stanza, non ha bisogno di alzare la voce. Perché tutti, comunque, la ascoltano. Una donna fuori dal tempo perché ogni tempo lo ha attraversato.E che, proprio per questo, sa una cosa che oggi sembra dimenticata: che il vero segreto della moda è che passa.

La distanza che dà legittimità

Nel mondo de “Il diavolo veste Prada”, Miranda Priestly non è solo una direttrice di rivista: è il simbolo di un sistema in cui la moda nasce da un atto creativo consapevole. Un sistema verticale, certo, ma fondato su una gerarchia di competenze, cultura e visione. L’iconica scena del maglione ceruleo lo spiega meglio di qualsiasi trattato: ciò che sembra una scelta casuale è in realtà il risultato di anni di ricerca, di stratificazioni culturali, di decisioni prese da chi la moda la crea, non da chi la consuma. La moda, in questa visione, è un linguaggio artistico. Gli stilisti non seguono il presente: lo anticipano. Vivono fuori dal tempo, attingendo al passato e immaginando il futuro per costruire qualcosa che poi diventa contemporaneo. È proprio questa distanza a garantire legittimità al sistema: la moda ha valore perché nasce da una visione, non da una reazione.

Oggi, invece, accade l’opposto. La moda non viene più “dettata” dall’alto, ma emerge dal basso –culturalmente parlando – o almeno così appare. Le influencer non interpretano semplicemente un’estetica: spesso la determinano. Non sono più i designer a creare desiderio, ma gli indossatori a validarlo - o a svuotarlo. E qui nasce la frattura. Un tempo, il modello era una “tela”: una figura neutra su cui il genio creativo prendeva forma. Oggi l’indossatore è protagonista: costruisce un’identità che spesso sovrasta l’abito stesso. Non più veicolo, ma messaggio. Non più mezzo, ma fine. Il risultato è una moda che, nel tentativo di essere accessibile, diventa indistinta. Tutto può essere tutto. Ogni scelta è valida, ogni combinazione è legittima, purché sia visibile, condivisibile, immediatamente riconoscibile. Ma quando tutto è moda, niente lo è davvero.

Il paradosso è evidente: nel democratizzare la moda, si è perso il senso della sua autorità culturale. Il ceruleo non è più il risultato di una filiera invisibile di decisioni estetiche; è solo un colore tra tanti, intercambiabile, privo di genealogia.

La perdita di profondità

E forse è proprio questo che Miranda Priestly non potrebbe tollerare: non l’esistenza delle influencer, ma la perdita di profondità. La trasformazione della moda da linguaggio a rumore. Da ricerca a pura apparenza. Perché la moda, quando smette di essere creata, non diventa più libera. Diventa solo più facile. Certo, nella storia della moda non è sempre stato solo il creatore a determinare il gusto. Esiste un’altra figura, più rara e più potente: l’icona. L’icona non segue la moda, la incarna. Quando James Dean indossava un giubbotto di pelle, non stava lanciando una tendenza. Stava vivendo un’identità. Quel capo è diventato simbolo di ribellione non per il suo design, ma per la verità di chi lo indossava.

La moda, in quel caso, non nasceva né dall’alto né dal basso: nasceva da una coincidenza rara tra estetica e vita. È qui che si inserisce la differenza fondamentale con l’influencer contemporaneo. L’icona ha un valore che precede l’abito. L’abito diventa secondario rispetto al talento, alla visione, alla biografia. Non è il vestito a rendere iconico chi lo indossa: è il contrario. Un caso più recente è Kanye West. La sua influenza sulla moda non nasce da una posa, ma da un progetto artistico complessivo. Musica, estetica, silhouette, colori: tutto concorre a costruire un’autorappresentazione coerente. Ogni fase della sua carriera — ogni album — è anche un capitolo visivo. Qui la moda torna ad essere linguaggio. Ma quando questa autorappresentazione manca — o viene sostituita da una narrazione vuota — ciò che resta è solo superficie. Non più icone, ma simulazioni di individualità. Non più visione, ma disponibilità economica. E infatti, ciò che abbiamo osservato negli ultimi anni è una progressiva legittimazione del gusto come ostentazione: una moda fatta di loghi, prezzi, riconoscibilità immediata. Non importa cosa indossi, purché si veda. Non è più il ceruleo. È il marchio. La stravaganza non è più nel colore, nella ricerca, nella forma. È nella visibilità del brand. E non è un caso che le due cose coincidano sempre più spesso: più un capo è vistoso, più è riconoscibile, più è “moda”. Ma questa non è espressione. È segnalazione.

C’è poi un altro elemento che Miranda Priestly avrebbe probabilmente disprezzato: il bisogno costante di raccontare una felicità perfetta. Il mondo della moda è sempre stato, come tutti gli ambienti artistici, feroce. Richiede sacrificio, selezione, spesso distruzione personale. È un sistema che consuma. Eppure non ha mai fatto finta di essere altro.

La favola obbligatoria

Oggi, invece, la narrazione dominante è opposta. L’influencer non vende solo abiti: vende una vita. Una vita ordinata, luminosa, desiderabile. Chiara Ferragni ha costruito per anni un immaginario di perfezione accessibile, quasi domestica: un successo raccontato come naturale estensione della felicità. Ma proprio questa narrazione si è incrinata quando figure come Selvaggia Lucarelli hanno contribuito a metterla in discussione, nel caso mediatico legato al Pandoro.

Non è tanto lo scandalo in sé a essere rilevante, quanto ciò che ha rivelato: la distanza tra racconto e realtà. Miranda, al contrario, non raccontava favole; la sua vita privata fragile, compromessa e quasi distrutta rimaneva fuori scena. Non perché fosse inesistente, ma perché non era parte del prodotto. Qui si gioca un’altra inversione cruciale. Un tempo il prezzo della moda era chiaro: successo in cambio di sacrificio. Oggi il prezzo viene nascosto, perché ciò che si vende non è più un’estetica, ma un’illusione. E in questa illusione tutto deve essere bello. Bello perché visibile. Bello perché riconoscibile.Bello perché di marca. Azzurro, ceruleo, turchese: non importa più. Importa solo che sia Balenciaga. Le sfumature non servono più. Perché le sfumature richiedono cultura. E la cultura richiede tempo. La marca, invece, è immediata. E, proprio per questo, superficiale. Il ceruleo andava spiegato, il marchio no. Ed è per questo che il marchio ha vinto.

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