Trentacinque anni di indipendenza ucraina: «Prima del 2022 gli italiani non ci conoscevano. Scrivo per avvicinarci»
L’intervista Yaryna Grusha, docente di Lingua e letteratura Ucraina all’università degli Studi di Milano e scrittrice ha pubblicato quest’anno il libro “L’album blu”, un romanzo famigliare che racconta la storia del suo Paese
Lettura 5 min.La resistenza ucraina, iniziata nel 2022 con l’invasione russa, ha radici profonde e storie iscritte nel passato di ciascuna famiglia.
Sono storie che, nel loro insieme, contribuiscono a formare una coscienza di nazione in continua evoluzione, messa a dura prova dalla Storia e, oggi, dalla guerra d’invasione russa. Una guerra dal costo umano altissimo, ma che ha anche portato tutto il mondo, Italia compresa,a conoscere più da vicino da il temperamento degli ucraini, lo stesso che, il 24 agosto di trentacinque anni fa portò alla dichiarazione d’indipendenza del Paese
. Yaryna Grusha, ucraina e docente di Lingua e letteratura ucraina all’Università degli Studi di Milano, con il romanzo “L’album blu” (Bompiani, 2026) prende per mano il lettore italiano e lo guida alla riscoperta della dura scorza di un popolo che conosce la minaccia della cancellazione, ma non se ne fa scacciare.
“L’album blu” è la storia di una donna che attraversa i cambiamenti della vita in un Paese che, come lei, cresce e cambia. Questa storia è la sua?
In questi giorni sto traducendo il libro dall’italiano all’ucraino e lo sto rivivendo di nuovo: stavo traducendo la parte del battesimo dove emerge che la protagonista ha il mio nome... quella storia per me è fondamentale per spiegare il rapporto tra la protagonista e Dio, un rapporto complesso che si chiarirà alla fine del libro. Prestare il mio nome e i miei ricordi alla protagonista mi serviva per instaurare un dialogo sincero con il lettore. E poi sono stata partecipe di tutti gli eventi storici che descrivo nel romanzo, come la Rivoluzione del 2004 e la Rivoluzione della dignità.
Ogni personaggio quindi è reale?
Le memorie d’infanzia sono al 100% mie, ma, per esempio, il personaggio di Ivan è inventato: mi serviva per tracciare la biografia di un uomo ucraino, di come cresce e si forma per dimostrare che scelta prende il 24 febbraio 2022. Per questo il personaggio raggruppa tanti uomini ucraini reali, ma non esiste nella realtà.
La scelta del romanzo per narrare la storia dell’Ucraina fa pensare a “Non c’è posto per l’amore qui” di Yaroslav Trofimov, convinto che la forma romanzo possa aiutare meglio il lettore a capire queste vicende. È così?
È il mio modo di proporre a un lettore italiano o europeo una narrazione sull’Ucraina diversa da quella che si legge sui giornali. I giornalisti italiani che fanno un ottimo lavoro sull’Ucraina ci sono, ma il loro è un lavoro di attualità, mentre la narrativa ci permette di esplorare e di raccontare le storie delle persone in una maniera molto più approfondita.
Qual è dal suo punto di vista di docente universitaria in Italia la percezione degli italiani sul suo Paese?
Il più grosso problema è il fatto che di Ucraina non si sapeva nulla prima del 2022: quando tu non conosci niente, ecco che si crea uno spazio che è come terreno fertile per le fake news. Raccontare la storia dell’Ucraina attraverso la storia delle persone aiuta a renderla più comprensibile, visibile, vicina se vogliamo – spesso ci affezioniamo ai Paesi attraverso le storie delle persone – ma aiuta anche a darne un’immagine tridimensionale. Nella terza parte del romanzo, la protagonista emigra in Italia e si domanda perché la narrazione filorussa abbia vinto qui tra il 2014 e il 2022. In quel momento capisce l’ingombrante presenza della russia nello spazio mediatico italiano.
Il primo episodio di cui si parla nel romanzo è quello di Chornobyl (corretta trascrizione in ucraino del nome della città). Ha scelto di iniziare da quest’evento per la particolare risonanza che ha avuto in Italia?
Sì, mentre stavo pensando al libro pensavo ai punti di incontro tra pubblico ucraino e italiano. Questo poi coincide con la mia storia personale: io ero una bambina di Chornobyl in Italia. Così ho imparato l’italiano e per questo lo parlo da quando ero piccola. Qui in Italia ogni persona che incontravo e che incontro ancora oggi ha una sua storia personale su ciò che stava facendo il 26 aprile 1986 e questo mi ha colpito perché anche noi ucraini abbiamo queste memorie personali, anche se sono offuscate dal fatto che noi siamo stati tenuti a lungo all’oscuro di quello che stava accadendo. Invece la cura che ha avuto lo Stato Italiano verso i suoi cittadini invitandoli, per esempio, a non bere il latte e a non mangiare l’insalata perché potevano essere contaminati è in contrasto con l’incuranza assoluta dell’Urss: così ho appreso sulla mia pelle la differenza tra vivere in uno Stato democratico e in una dittatura.
Il suo è un romanzo famigliare che ben riflette le diversità delle generazioni che abitano e difendono l’Ucraina oggi. Vivendo qui nota differenze in questo confronto generazionale?
Il cambio generazionale in Ucraina è molto diverso da quello a cui si assiste in Italia. Qui non c’è un così netto distacco tra le generazioni, il cambio tra l’una e l’altra è più morbido. D’altra parte, in un Paese una nuova generazione si forma dopo qualche evento storico al quale la società risponde. In Ucraina parliamo della generazione dell’Indipendenza, di quella della Rivoluzione arancione, di quella del Maidan, ora di quella della guerra. Gli eventi storici si sono succeduti così rapidamente da creare di continuo nuove generazioni: i miei genitori hanno vissuto per la maggior parte della loro esistenza in un regime, io invece in un Paese indipendente, questo ha determinato atteggiamenti diversi nei confronti della vita. La storia e il contesto del mio Paese sono così particolari che credo che anche noi ucraini dobbiamo renderci conto che nei Paesi occidentali si fa fatica a capire cosa hanno affrontato i Paesi dell’Europa dell’est.
Un tema complesso da affrontare per gli italiani è quello della lingua: oggi molti ucraini scelgono di cancellare il russo dalla loro vita in favore dell’ucraino. Ci aiuta a capire meglio?
In Italia la gente non è mai stata uccisa perché parlava l’italiano: quando vivi una minaccia simile, cambia tutto. Una delle mie intenzioni con “L’album blu” era proprio di spiegare questa situazione: si parla molto dei russofoni in Ucraina e mai degli ucrainofoni, ovvero di coloro che hanno subito umiliazioni perché parlavano la propria madrelingua. Ci siamo sentiti dire che era un dialetto, una lingua inferiore, di campagna, di persone non istruite: questo tema agli italiani non è noto e comune, senza esperienza personale è difficile capire e provare empatia. Per aiutare a capire meglio volevo raccontare proprio questo: cosa significava parlare ucraino nell’Ucraina sovietica.
Il racconto è costruito in parte sulle fotografie del passato, quelle contenute nell’album di famiglia, l’album blu appunto: esiste davvero?
Sì certo, qualche foto c’è anche nel libro. È un’immagine che ho sempre portato con me quando il mio villaggio è caduto sotto l’occupazione russa, il 24 febbraio del 2022, e ho perso i contatti con i miei genitori: in quel momento, in continuazione, nella mia testa vedevo la mia casa esplodere e vedevo questo album blu che andava in frantumi. La storia della mia famiglia è fatta di foto scattate e di foto mancate. La protagonista - in questo è uguale a me - conosce il bisnonno arrestato nel ’37 e schiacciato dalla macchina dell’Urss solo grazie a una foto.
Le foto ricordano chi scompare. Oggi gli ucraini hanno paura di scomparire e una reazione è stata quella di cercare rifugio leggendo e scrivendo sempre più libri: perché?
La minaccia di scomparire, di finire sotto occupazione ed essere uccisi scatena domande: perché succede a noi? La risposta è stata scritta nella storia, le persone quindi sono corse a ritrovare sé stesse e la storia dei famigliari e della propria cultura e lingua nella letteratura. Ora c’è anche una letteratura ucraina nuova: ci sono soldati che sono diventati autori e viceversa. In Italia è uscito recentemente “La gente normale non va in giro armata”, che racconta proprio questo. In una guerra e in un periodo di resistenza vediamo nascere così tanti festival di letteratura che credo che la letteratura sia diventata per molti uno spazio terapeutico e di riconoscimento reciproco. Ad agosto la Russia ha colpito e bruciato magazzini con 10 milioni di libri. In Ucraina è diventato difficile pubblicare libri e alcuni editori hanno spostato la pubblicazione in Polonia perché l’hub dell’editoria è Kharkiv, che viene bombardata quotidianamente. L’errore di valutazione dei russi è quello che sottolinea Ivan Dziuba, che dove premi lì ottieni più resistenza. Continuando a bombardare i libri ucraini, faranno solo venire più voglia agli ucraini di leggerne e di scriverne.
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