Addio alle botteghe. Perse 1.300 imprese nel giro di un anno
Lo studio Il comparto artigiano continua a contrarsi Como perde 794 imprenditori (-4%) e Lecco 509 (-5%). Pesano concorrenza, costi alti e calo demografico
Lettura 2 min.Como
L’artigianato sta attraversando una fase di forte trasformazione, segnata dalla progressiva uscita dal mercato di molte piccole imprese. Tante botteghe hanno chiuso definitivamente perché non sono riuscite a sostenere il peso di una concorrenza sempre più aggressiva, l’aumento dei costi di gestione e una domanda che negli ultimi anni è cambiata profondamente, spesso a svantaggio delle realtà di dimensioni più contenute.
In provincia di Como gli imprenditori artigiani sono passati dai 17.191 del 2024 ai 16.397 del 2025, 794 imprese in meno in un solo anno, una contrazione del 4,6%. Un dato che colloca il territorio al 70esimo posto in Italia per consistenza del comparto. Ancora più marcata è la riduzione registrata in provincia di Lecco. Gli imprenditori artigiani sono scesi dai 10.100 del 2024 ai 9.591 del 2025, con una perdita di 509 unità, corrispondente a una variazione negativa del 5%. La provincia si colloca al 39esimo posto in Italia.
Il quadro regionale, dipinto dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre su dati Inps, conferma la tendenza. In Lombardia il numero degli imprenditori artigiani è passato dai 323.321 del 2015 ai 240.925 del 2025 con una diminuzione complessiva di 82.396 unità, il 25,5% in meno in dieci anni. Solo nell’ultimo anno si sono perse 13.402 imprese con una variazione del -5,3% sul 2024. A livello nazionale la riduzione nell’arco di dieci anni è stata del 25,1%, mentre nell’ultimo anno il calo si è attestato al 5,1%.
La carenza di idraulici, elettricisti, fabbri e serramentisti potrebbe aggravarsi nei prossimi anni, con effetti su tempi di intervento, costi per famiglie e imprese e qualità dei servizi offerti sul territorio. Ma non tutti i comparti artigiani sono in crisi, benessere, informatica e alimentare da asporto mostrano una crescita significativa. Aumentano acconciatori, estetisti e tatuatori, mentre nel digitale si espandono figure come sistemisti, esperti di web marketing e social. Positivi anche i risultati di gelaterie, gastronomie e pizzerie da asporto, soprattutto nelle aree a forte vocazione turistica.
La crisi dell’artigianato è aggravata dal mancato ricambio generazionale e dalla carenza di manodopera qualificata. Per invertire la tendenza sarebbe necessario rilanciare la formazione professionale, rafforzando orientamento scolastico, alternanza scuola-lavoro e istituti professionali, oggi spesso considerati percorsi di serie B. Investire nelle competenze tecniche significa quindi sostenere l’occupazione, la produttività e la competitività delle imprese artigiane. La riduzione del numero di imprese artigiane è dovuta anche a fusioni e acquisizioni, che hanno ridotto la platea, ma hanno favorito la crescita dimensionale delle imprese e della produttività.
La Cgia evidenzia come anche la riduzione della popolazione abbia accelerato la chiusura di negozi e botteghe, soprattutto nei piccoli comuni e nei centri minori, indebolendo economia locale, servizi e qualità della vita. Per contrastare il fenomeno, viene proposta l’introduzione di un “reddito di gestione” per le botteghe artigiane, destinato a chi avvia o mantiene un’attività nei comuni fino a 10mila abitanti, sostenendo così il presidio commerciale e produttivo dei territori più fragili.
«I negozi e le botteghe artigiane giocano un ruolo fondamentale nei centri storici, nelle piccole comunità e nei borghi, contribuendo all’identità culturale, all’economia locale e al mantenimento del patrimonio storico – viene sottolineato nella nota stampa - Queste attività, spesso situate in edifici storici, arricchiscono l’ambiente urbano con la loro presenza e le loro creazioni, attirando turisti e residenti interessati alla tradizione e all’artigianato di qualità».
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