Competenze non replicabili. L’AI e il fattore creatività

Tecnologia rapidissima, il valore del lavoro si sposta sulla dimensione sensoriale ed esperienziale. La scrittrice Montemurro: «Più il digitale avanza, più avremo bisogno di momenti profondi di umanità»

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Per molto tempo il mercato del lavoro ha premiato soprattutto la competenza: saper scrivere, analizzare, progettare, tradurre, creare. Più una persona era specializzata, più quella competenza rappresentava un capitale professionale da mettere sul mercato. L’intelligenza artificiale sta però modificando rapidamente questa equazione. Non si limita ad affiancare il lavoratore: in molti casi è già in grado di produrre autonomamente una parte del risultato per cui, fino a ieri, veniva pagato un professionista.

È una trasformazione che riguarda anche i lavori creativi. Un testo, un’immagine, una strategia, un’idea possono essere generati in pochi secondi. La questione, allora, non è più soltanto quanto l’intelligenza artificiale sia capace di fare, ma quanto valore siamo disposti a riconoscere a ciò che una macchina non può offrire.

Se la competenza tecnica diventa sempre più facilmente replicabile, l’esperienza, la sensibilità, la relazione, l’ascolto e la capacità di entrare in contatto con l’altro possono diventare il nuovo capitale professionale?

È da questa domanda che parte il percorso di Silvia Montemurro, scrittrice che ha scelto di non difendere semplicemente il proprio mestiere dalla trasformazione tecnologica, ma di ampliarlo. Alla scrittura ha affiancato la formazione e le pratiche olistiche, spostando il centro del proprio lavoro dalla sola produzione di parole all’esperienza, al corpo e alla relazione.

Una riflessione che va oltre la scrittura e riguarda il lavoro in senso più ampio: se l’intelligenza artificiale può replicare ciò che sappiamo fare, come possiamo trasformare in valore ciò che siamo?

Lei ha costruito un percorso che unisce scrittura, formazione e pratiche olistiche: è stata un’evoluzione naturale o una scelta maturata davanti a un cambiamento del lavoro creativo?

È stato un ritorno, potrei definirlo così, e insieme una chiamata. Sono sempre stata attratta da ciò che è profondo, curativo, somatico. In questo momento storico, però, l’avvicinarsi dell’intelligenza artificiale mi ha intimorita molto, perché il mio lavoro è sempre stato scrivere. E proprio da lì è nata una domanda: quali possono essere oggi forme di scrittura più autentiche della sola tastiera? Sono alla ricerca di diverse forme di scrittura, che passino anche attraverso il corpo, i sensi, l’esperienza e l’incontro con l’altro.

L’AI può produrre testi, ma non esperienza: pensa che proprio il rapporto tra parola, corpo e sensi possa diventare una competenza professionale sempre più richiesta?

Credo profondamente in ciò che sto studiando e sono fermamente convinta che, in quest’epoca, non basti più soltanto saper scrivere bene. Credo sia necessario saper accogliere e ascoltare ciò che le persone hanno da dire, accompagnarle in un processo creativo che coinvolga davvero tutti i sensi. Un processo che non sia soltanto mentale, ma che permetta di tornare al corpo, alle emozioni, alla propria parte più autentica. In qualche modo, di ricordarci sempre di più la nostra umanità.

Ha trasformato competenze molto diverse in un’unica attività: quanto è difficile, oggi, dare un valore economico a competenze che non rientrano nei percorsi professionali tradizionali?

Il percorso olistico è ormai un ambito ampiamente riconosciuto, ma mi rendo conto di aver fatto un passo ulteriore, costruendo un approccio che unisce la mia esperienza nella scrittura all’ascolto, al corpo e alla dimensione più profonda della persona. È qualcosa che potrà essere davvero compreso e apprezzato nel tempo, con la perseveranza e soprattutto con la fiducia delle persone. Ma già molte donne stanno comprendendo come affidarsi ai miei servizi possa aiutarle a trovare la propria vocazione, o quella che io chiamo la traccia dell’anima.

Nei suoi romanzi ha raccontato molte storie di donne: che cosa cerca, attraverso quelle vite, che ritrova anche nel lavoro con le donne che accompagna oggi?

Cerco l’autenticità, prima di tutto. Il togliere quella maschera che portiamo ogni giorno. Chi legge i miei romanzi sa che le donne di cui parlo compiono sempre un percorso incontro alla loro parte di sé più vera. È lo stesso viaggio che ritrovo nel lavoro con le donne che accompagno oggi: chi si affida ai miei percorsi o ai miei trattamenti sa che andrà a incontrare proprio quella parte di sé che forse sta ignorando da tanto tempo.

Lei non ha abbandonato la scrittura: l’ha allargata. È questa, secondo lei, la vera sfida per chi lavora nella creatività oggi?

Non lo so. È semplicemente il modo che ho trovato io per continuare a fare ciò che amo e, al tempo stesso, avvicinarmi sempre di più alle persone. Più la tecnologia prende piede, più tutti noi avremo bisogno di momenti profondi di umanità. Avremo bisogno di ascolto, di presenza, di relazione, di esperienze che non siano soltanto mentali. Forse è proprio questa la direzione che sento più mia: non rinunciare alla scrittura, ma cercare tutto ciò che le parole possono ancora fare quando diventano esperienza, incontro e possibilità di trasformazione.

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