L’arte di sbagliare è decisiva porta coraggio e creatività
L’approfondimento Il professor Riccardo Manzotti (IULM) analizza il percorso che consente di arrivare a esprimere la propria unicità. L’avvento dell’intelligenza artificiale in una società omologata rende urgente il recupero di rischio e originalità
Lettura 3 min.
“Coraggio” è il titolo dato quest’anno al Festival della Comunicazione che si terrà a Camogli dal 10 al 13 settembre, dove l’Università Iulm sarà protagonista con quattro interventi dedicati al rapporto tra neuroscienze, intelligenza artificiale, digitale e filosofia della mente, «per riflettere sul significato del coraggio nell’era della tecnologia» e sulle modalità con cui riposizionare, appunto con coraggio, la formazione dei giovani «in un mondo in cui l’intelligenza artificiale ridefinisce il nostro modo di comunicare, le neuroscienze ci aiutano a comprendere i processi decisionali e il digitale trasforma continuamente il rapporto tra persone, informazione e società». I quattro appuntamenti della Iulm mettono in dialogo neuroscienze, intelligenza artificiale, media studies e filosofia della mente in «un percorso multidisciplinare che offre chiavi di lettura diverse, ma complementari, per comprendere alcune delle trasformazioni più profonde che stanno ridefinendo la comunicazione contemporanea». Ne parliamo con Riccardo Manzotti, ingegnere e filosofo teoretico della Iulm che interverrà sul tema “La voce del coraggio, come comunicare ciò che si è”.
Professore, cosa significa esattamente comunicare ciò che si è quando si tratta di mettere in campo, e anche di insegnarle nei percorsi formativi, strategie per la comunicazione d’impresa e per migliorare le relazioni interpersonali fra i collaboratori?
Comunicare ciò che si è non è una formulazione casuale e nemmeno astratta. è un modo per esprimere l’importanza di riuscire a dar voce a ciò che ha valore, non solo in senso ideale ma anche concreto.
Un esempio?
Quando si fa innovazione, quando si inserisce qualcosa di nuovo, questo “nuovo”, questo elemento innovativo è ciò che siamo. Ognuno ha una propria unicità ma spesso siamo inibiti nell’esprimere la cosa che riteniamo più importante, che ha più valore e che nessun altro potrebbe imitare. Purtroppo negli ultimi tempi in ambiente sia accademico sia della formazione abbiamo soffocato la naturale spinta a realizzare e ad esprimere ciò che di più originale e di maggior valore c’è nella nostra attività, nel nostro essere e nel modo di porci con gli altri. In riferimento all’intelligenza artificiale, ciò oggi è particolarmente significativo perché l’AI ci coglie in un momento in cui siamo indeboliti. Lo siamo perché abbiamo attraversato un lungo periodo in cui abbiamo preferito l’omologazione, l’adesione a una serie di protocolli certi, anziché il rischio che permetteva, con coraggio, di esprimere ciò che siamo.
Qualche esempio d’impresa in cui il coraggio ha fatto la differenza con forte impatto sociale ed economico?
Ad esempio, gli ingegneri che sono andati a presentare nel 2004 a Steve Ballmer, all’epoca Ceo di Microsoft, il cellulare senza tastiera fisica stavano dando voce a qualcosa di molto originale, una loro intuizione che all’epoca nessuno condivideva, al punto che Ballmer che aveva appena acquisito Nokia, nel sentirsi proporre l’innovazione scoppiò a ridere. C’è un video in Rete che mostra questo fatto. Ma loro hanno avuto il coraggio di difendere la loro intuizione, la declinazione di ciò che loro erano, l’espressione della loro unicità. Quando hanno incontrato Steve Jobs hanno fatto l’Iphone e oggi nessun cellulare ha più la tastiera. La capacità di esprimere ciò che si è essenziale, anche in senso economico.
Quanto incide il coraggio di fare un primo passo?
Peter Thiel, nel libro “Da zero a uno”, dice che è molto più difficile andare da zero a uno che non da uno a mille. Da zero a uno significa dar voce a qualcosa di totalmente imprevedibile e inaspettato, da uno a mille comporta il dover poi fare un sacco di lavoro, ma muovendosi su una strada tracciata da quel primo passo.
Avere coraggio, assumersene il relativo rischio, fa quindi la vera differenza nel determinare il nostro valore anche nei risultati di studio, di lavoro e in generale di vita?
Muoversi con coraggio, mettere qualcosa di nostro in ciò che facciamo è cruciale: solo nel momento in cui riusciamo a rendere visibile agli altri ciò che ciascuno di noi ha di unico e irripetibile riusciamo a renderci preziosi. Il coraggio è legato al rischio. Nelle imprese il capitale è chiamato capitale di rischio, gli imprenditori sanno assumersi i loro rischi perché hanno coraggio. Nessun imprenditore ha avuto successo senza metterci coraggio. Ricordo quel detto secondo cui le navi in un porto stanno al sicuro, ma non le abbiamo costruite affinché stiano lì.
Con che strumenti di formazione orientare i giovani a questa visione?
Il coraggio è come la libertà, come la creatività: sono tre cose che non si possono insegnare, le abbiamo dentro. Ma, anche da educatori, si può agire per eliminare tutti i fattori che le soffocano e le condizionano. Si possono educare le persone a vincere le loro paure, a rendersi conto che le loro paure spesso sono profezie che si auto avverano. Chi ha paura di esprimete le proprie idee non le esprime, chi ha paura ad essere originale non lo sarà. Chi ha paura trova conferma nelle proprie paure. Molti hanno più paura di sbagliare che fiducia di poter avere successo. E molti per paura di sbagliare sono sicuri di non avere mai successo. L’esistenza va spesa, non va risparmiata ma va riscattata e lo si può fare vivendola con coraggio. Galileo era un ragazzo di 26 anni e non era all’epoca uno degli scienziati più famosi del suo tempo, però ha messo nero su bianco il proprio principio di vita: procedere al contrario. Ma in quel contrario lui ci ha messo la scienza moderna. Ognuno di noi ha un piccolo contrario che ci rende preziosi.
Come trasmette ai suoi studenti l’importanza del coraggio?
Procedo mostrando loro tutti gli errori commessi dalle persone di successo. Si impara molto dalla storia degli errori, così si acquisisce coraggio: si capisce che l’errore non è un fallimento, è il passaggio stretto attraverso cui arrivare al successo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA