Emergenza climatica, pericoloso negarla

Lettura 2 min.

Le temperature registrate negli ultimi mesi sono la riprova della gravità di una emergenza che le classi dirigenti del pianeta seguitano colpevolmente a ignorare.

Come scrisse qualche anno fa Jeremy Rifkin, dopo quella industriale e quella del web, l’umanità si trova davanti alla “terza rivoluzione” della storia da cui possono dipendere anche gli equilibri demografici di cui il pianeta ha urgente bisogno. In verità, l’emergenza climatica non va esaminata soltanto per i suoi effetti sull’ecosistema: questi sono evidenti e incontrovertibili. C’è altro e per capirlo occorre riflettere su cosa si nasconde dietro le mistificazioni negazioniste.

Partiamo da una verità storica: in soli due secoli il capitalismo ha prodotto una ricchezza incommensurabilmente superiore a quella di tutti i secoli precedenti messi insieme. Tuttavia, il capitalismo si rivela congenitamente incapace di distribuire quella ricchezza che produce in modo poderoso. Da questo limite strutturale nasce l’esigenza di attribuire allo Stato il compito di intervenire attraverso una legislazione avente una funzione eminentemente perequativa.

Grazie allo Stato, quindi, il sistema capitalistico è in grado di correggere i suoi conflitti distributivi e di continuare a dispiegare la sua portentosa capacità creativa di ricchezza: da una parte lo Stato, cioè la Politica, e dall’altra il mercato, cioè l’Economia, secondo una vecchia dicotomia che i governi occidentali hanno saputo gestire con equilibrio riuscendo per lungo tempo a conciliarne le spinte confliggenti. L’avvento del capitalismo finanziario e del mercato globale ha determinato una crescente erosione della sovranità degli Stati che si sono scoperti impotenti davanti ad uno scenario planetario caratterizzato dalla volatilità dei capitali.

Finanza e globalizzazione rappresentano due fattori che hanno moltiplicato in modo straordinario la vocazione del capitalismo a generare ricchezza: la finanza produce il denaro attraverso il denaro, la globalizzazione protegge quel denaro preservandolo dal controllo degli Stati. L’esplosione delle disuguaglianze sociali in ogni Nazione dimostra in modo eloquente l’impotenza dei governi nell’arginare questa inedita capacità di creare profitti in modo straripante, in qualunque modo e violando qualunque regola, anche a costo di saccheggiare il pianeta, depredare la natura e violentare ogni specie vivente.

La concentrazione di ricchezza in poche mani ha reso, così, possibile anche il controllo dell’informazione e della cultura, riuscendo a plasmare il costume sociale e lo stile di vita, cioè, i modi di pensare e di vivere di interi popoli tra i quali si sono improvvisamente dissolte le antiche distanze, geografiche e culturali. Il cittadino viene sapientemente educato a ritenere normali cose che non lo sono affatto: i salari e le pensioni da fame, il precariato, le morti dei profughi in mare, la confisca di immani risorse ai popoli più poveri, perfino l’esistenza dei paradisi fiscali, zona franca delle grandi multinazionali e dei grandi potenti della terra.

Ma non c’è solo questo. La concentrazione di ricchezza si traduce in una facile penetrazione dell’universo politico e delle assemblee legislative che, attraverso un’accorta attività di lobbying, è in grado di propiziare il varo di leggi e provvedimenti di favore. Risulta utile rammentare che in più occasioni Joseph Stiglitz, già premio Nobel per l’Economia, ha dichiarato che negli Usa esiste una potentissima lobby di imprenditori che si oppone strenuamente ad ogni ipotesi di de-carbonizzazione in nome della intangibilità del capitalismo. Dietro il negazionismo, pertanto, si nasconde la vera natura di un liberismo rapace, cinico, sprezzante delle regole.

Negare l’emergenza climatica serve solo a incoraggiare gli spiriti animali di un capitalismo finanziario a cui interessano ben poco le sorti dei popoli, delle generazioni future e, ancor meno, della democrazia che viene vista come un impaccio e un ostacolo da abbattere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA