Estremismi di sinistra, passaporto per le destre
L’estremismo di sinistra, che in questi ultimi anni ha preso una declinazione che si può efficacemente sintetizzare con il termine “il cretinismo di sinistra”, è sempre stato il più formidabile alleato della reazione di destra.
E’ uno dei pilastri della storia del nostro Novecento, sul quale da tempo gli studiosi concordano. L’ascesa del fascismo non è immaginabile senza l’esperienza della grande guerra e senza le violenze legate alle lotte operaie e contadine del biennio rosso tra il 1919 e il 1920 che, infiammate dal massimalismo demagogico e ottuso del partito socialista - “facciamo come in Russia!” - avevano portato alla conseguenza inevitabile che non solo i proprietari terrieri e gli industriali, ma anche e soprattutto la piccola borghesia delle professioni e del commercio, i piccolissimi proprietari, i reduci del conflitto, i ceti medi emergenti e larga parte del mondo cattolico erano finiti tra le braccia di chi prometteva di opporsi a una deriva bolscevica della politica italiana e si proponeva invece, a parole, come garante del ripristino della legge e dell’ordine. Cioè i fascisti. Concetti base della storiografia della prima parte del Novecento magistralmente riassunti negli anni Trenta in un saggio di uno dei fondatori del Pci, Angelo Tasca, e dagli anni Sessanta in poi nella monumentale biografia di Mussolini firmata da Renzo De Felice.
E’ una legge matematica. Più la sinistra perde il contatto con la realtà, si immagina mondi che non esistono, non comprende le trasformazioni della società e organizza rivoluzioni proletarie e planetarie che vivono solo nella sua mente, nei suoi comizi, nei suoi tic, nei suoi birignao e soprattutto nel suo infantile conformismo di massa (i borghesi cattivi, i complotti delle multinazionali, il mito di Che Guevara, l’idolatria dei palestinesi e tutte le altre scemenze pulciose e forforose con le quali inondano le loro logorroiche prediche anti sistema) più consegna il resto del mondo, quello che appartiene alla vita reale, alla sponda opposta, per quanto spesso e volentieri sia di livello culturale e politico davvero infimo. Ma pur sempre meno peggio di quelli che mangiano i bambini e sognano l’esproprio proletario.
Passato un secolo, siamo rimasti ancora lì. Le violentissime manifestazioni studentesche in Francia non potranno che avere lo stesso esito, anche se erano partite da una condivisibile protesta contro il degrado edilizio di tante scuole pubbliche e contro l’inefficienza del sistema scolastico nel gestire generazioni giovanili che, specialmente nelle periferie parigine, appaiono per profondi motivi storici, sociali e religiosi straordinariamente esplosive e che però si sono trasformate in veri e propri atti di terrorismo. E che faranno da formidabile propellente per la campagna elettorale di Marine Le Pen. Perché il quadro è questo. Scuole saccheggiate e incendiate. Poliziotti salvati a malapena dal linciaggio. Quaranta presidi aggrediti e picchiati. In un liceo di Marsiglia un preside, un vicepreside e svariati collaboratori scolastici sequestrati e imbevuti di benzina con la minaccia di dargli fuoco. Danni milionari in tutto il paese. Il rigurgito della tradizionale violenza anarcoide che da sempre spazza a folate la storia della Francia. Il ribellismo giovanile secondo il quale se a quindici anni non hai lanciato almeno qualche pietra contro la polizia sei un fallito. La rivolta della terze e quarte generazioni, generalmente musulmane, contro il sistema della Quinta Repubblica. L’antisemitismo seminale che ne è la diretta conseguenza.
Ma la cosa più grave è che tutto questo caos ha come riferimento politico un partito in rapida ascesa, che rappresenta già oltre il venti per cento dell’elettorato e che ben sapendo che non vincerà mai le presidenziali punta sul caos sociale per dare corpo alla propria parte in commedia. Se uno sente le parole d’ordine dell’anziano leader de “La France Insoumise”, Jean-Luc Mélenchon, uno dei più clamorosi e impresentabili demagoghi prodotti dall’ultimo ventennio, si spaventa: un mix di anticapitalismo, populismo ecologista, statalismo dirigista anni Cinquanta, ricette economiche, pensionistiche e di welfare ridicole, grottesche, velleitarie e senza alcuna copertura a bilancio, becero antisionismo che diventa spesso e volentieri plateale antisemitismo, visto che nelle manifestazioni studentesche vengono sempre sventolate le bandiere della Palestina - e davvero non si capisce cosa c’entri Gaza con i licei degradati della periferia, ma evidentemente se non sventoli una bandiera della Palestina sei uno sfigato - insomma, il mix perfetto per spaventare i ceti medi francesi che, giusto per dare una notizia, pare che esistano e rappresentino la maggioranza del paese, ma guarda un po’. E regalarli a quelli del fronte opposto, che ve lo raccomando, e che però su ordine, sicurezza, immigrazione e proprietà privata garantisce, almeno a parole, le cose che interessano ai vituperati ceti medi. Morale, Le Pen strafavorita alle elezioni grazie al cretinismo della sinistra di cui sopra.
Che poi questo avvenga per la sparizione, l’evaporazione, la liquefazione dei partiti tradizionali del cosiddetto “arco costituzionale”, che ormai da tempo non rappresentano più nessuno e che non sono più capaci di tutelare gli interessi dei ceti medi, oggi frustrati e impoveriti, nei vari paesi occidentali, dagli Stati Uniti all’Italia, passando per la Francia, è il vero disastro lasciato in eredità dalle élite degli ultimi vent’anni, che sono le vere, inette e imperdonabili responsabili del disastro a cui stiamo assistendo. E che ci lascia in eredità come uniche forze in campo una sinistra cialtrona, spocchiosa e demagogica contrapposta a una destra cialtrona, ignorante e demagogica. Complimenti ai cervelloni delle classi dirigenti dall’epoca Clinton-Blair in poi, Italia compresa. Ottimo lavoro. Adesso ce li godiamo noi i Trump, i Farage, i Bardella, i Mélenchon, i nazisti della Sassonia (e dell’Illinois), i Vannacci e tutta la marea di loro epigoni in sedicesimo nelle Regioni e nei Comuni. Mettiamoci comodi. Ci aspettano anni meravigliosi.
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@Diego Minonzio
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