Gli incendi e il senso dell’essere comunità
Non ha bisogno di spiegazioni, il fuoco, per farsi capire. Sale il monte, entra nel bosco, altera il colore del cielo. Da lontano appare come una ferita luminosa, da vicino come una voce che impone ascolto.
A Como il Monte Goj è bruciato così: un fumo improvviso, la cenere sulla città, l’odore acre nelle case. Ma in questi giorni, attorno al rogo, è emersa una scena che resterà quando le fiamme saranno soltanto cronaca: una comunità che si è riconosciuta tale. Accanto ai vigili del fuoco, agli uomini dell’antincendio boschivo e ai volontari, molte persone hanno seguito le indicazioni, offerto aiuto, sostenuto le operazioni. Non è una parola minore, solidarietà. È il modo in cui un territorio ricorda che il bosco, quando brucia, non appartiene a un singolo quartiere o a una sponda del lago: riguarda tutti.
Il fuoco di Como non è un episodio isolato. Prima il Moregallo, sopra Valmadrera , con giorni di fiamme, Canadair ed elicotteri, e ancora i roghi della Valtellina e della Valchiavenna.
Le montagne, da Como a Lecco, dalla Valsassina alla Valtellina, sembrano parlare la stessa lingua. Bisogna ascoltarle senza trasformare ogni incendio in una profezia e senza assolvere nessuno in anticipo. Le cause vanno accertate. Ma spesso, all’origine di un rogo, c’è una mano umana: dolosa o colposa, una brace dimenticata, una fiamma lasciata accesa, un gesto imprudente in un bosco già secco. Il fuoco può essere naturale, ma troppo spesso l’innesco non lo è.
Poi c’è la prevenzione. Il bosco non è un fondale verde da osservare da lontano: è un organismo che richiede cura. Sentieri, strade forestali, fasce tagliafuoco, sottobosco, alberi secchi, accumuli di materiale vegetale: tutto va seguito e mantenuto. Custodire la montagna significa anche questo. Un bosco abbandonato diventa facilmente una riserva di combustibile. Un albero adulto non si sostituisce con una piantina per una fotografia. La montagna ha tempi più lunghi dei nostri. Il fuoco, invece, in poche ore può cancellare ciò che è cresciuto in decenni.
Ma sarebbe un errore fermarsi alla sola gestione del territorio. Perché quest’estate il caldo non è stato soltanto caldo: è stato prolungato, insistente, quasi senza tregua. Il terreno si è seccato, la vegetazione è diventata più vulnerabile, il vento ha trasformato una scintilla in un fronte. Il cambiamento climatico non è più una questione lontana: si manifesta anche così, in un bosco che prende fuoco con maggiore facilità.
Un gesto che un tempo avrebbe prodotto solo fumo oggi può diventare un incendio. E questo basta a ricordare quanto si sia ristretto il margine dell’imprudenza.
Per questo il Goj, il Moregallo e i boschi della Valtellina non sono storie separate, ma un’unica vicenda raccontata da montagne diverse. Dentro questa vicenda si intrecciano due responsabilità: quella delle istituzioni chiamate a proteggere il territorio e quella di ciascuno, chiamato a non aggiungere rischio al rischio.
Resta un’immagine più forte del fuoco: le persone che avanzano verso il pericolo mentre altri si allontanano. È in quei momenti che una città, davanti a una montagna ferita, smette di essere somma di individui e torna a essere comunità.
Il fuoco lascia cenere, e la cenere resta a lungo anche quando il cielo torna limpido. Da questa memoria bisogna ripartire: non per rassegnarsi agli incendi, ma per prevenirli. A Como come a Lecco, in Valtellina come in ogni valle dove il bosco risale verso il cielo, la montagna non è uno sfondo. È una parte viva del territorio, e quindi di noi. E appartiene anche a chi verrà dopo. Custodirla significa proteggere il futuro, prima che il futuro diventi soltanto cenere.
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