I compromessi necessari per evitare la paralisi
Difficilmente gli uffici legali del Comune di Como sono stati impegnati tanto come in questi ultimi anni. Basta ricordare i ricorsi al Tar e quelli successivi al Consiglio di Stato, a volte promossi dallo stesso Comune, ma nella maggior parte dei casi utilizzati da privati per fermare determinati progetti.
«Se non si cerca il confronto e non si preparano i cambiamenti nel dialogo, basta un ricorso per fermare progetti oggettivamente validi»
Scorrendo l’elenco dei “casi” si resta quasi interdetti: la “bretella” di Camerlata, il teatro di Rebbio, l’area del Lunapark, il Faro Voltiano, lo Yacht Club, i dehors dei bar del centro, i ciliegi di via XX Settembre, via Cavallotti con la questione Carducci, il mercato coperto, villa Bonomi, il pontile dei taxi boat di villa Margherita, il parcheggio nell’ex scalo merci. Senza dimenticare naturalmente gli asili (tra cui il Magnolia e quello di via Cappuccini) e le scuole: ben cinque ricorsi al Tar e due al Consiglio di Stato.
Una battaglia legale continua che, nella migliore delle ipotesi, ritarda l’esecuzione dei progetti quando non paralizza completamente alcune aree dell’attività amministrativa.
Ovviamente sui singoli temi si possono avere idee differenti ed il nostro giornale in questi anni ha raccontato le diverse prese di posizione ed il merito dei ricorsi esaminati dai giudici.
C’è tuttavia un comune denominatore che va evidenziato: in molti casi il metodo non è solo questione di forma, ma anche di sostanza. Il comportamento del sindaco Alessandro Rapinese sottintende un ragionamento che suona più o meno così: ho vinto le elezioni e decido io, se non vi sta bene candidatevi e fatevi votare dai comaschi.
Un discorso in parte legittimo anche perché, da questo punto di vista, il mandato dei sindaci, dopo la riforma elettorale del 1993, si è sempre distinto da quello dei governi nazionali: in quanto eletto direttamente dal popolo, il primo cittadino si sente investito di un’autorità che lo porta – a Como, ma non solo – a vivere l’intermediazione quasi come un fastidio.
Tuttavia, questa visione presenta un limite evidente: se non si cerca il confronto, se non si preparano i cambiamenti nel dialogo con i soggetti coinvolti, se non si cede ad alcuni compromessi, basta un ricorso al Tar per bloccare tutto, anche progetti oggettivamente validi come la riqualificazione di viale Geno.
I piani elaborati per il miglioramento di Como non possono essere fermati dagli interessi (pur legittimi) di singole categorie. Ma evitare come la peste qualsiasi dialogo con chi ha idee differenti porta alla paralisi.
Del resto un grande stratega come il 34esimo presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower sosteneva che la vera leadership è «l’arte di riuscire a far fare a qualcuno quello che tu vuoi perché lui lo desidera».
Un consiglio molto saggio, suggerito da un uomo che ha vinto una guerra mondiale, non un ricorso al Tar.
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