I “diritti” dei cinghiali e la guerra al buon senso

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Un inverno di parecchi anni fa, spedito su tra i bricchi a documentare per il giornale lo sfacelo perpetrato da cervi e cinghiali (soprattutto cinghiali) nelle colture dell’Intelvese, incontrai il proprietario di un agriturismo costruito sotto il costone di una montagna sferzata giorno e notte da un vento gelido che - diceva lui - congelava la neve di inizio stagione garantendone la conservazione fino al ritorno della primavera. L’agricoltore, un signore con una gran barba bianca che sembrava uscito da un western, mi raccontò del parto di una femmina di cinghiale che poche settimane prima aveva messo al mondo una dozzina di “chinghialini” proprio lassù, e che lassù, in bilico su quel costone innevato a picco sull’agriturismo, li aveva allattati per tutto il mese successivo, fino a quando la figliolata era stata sufficientemente adulta per potersi mettere in movimento e migrare altrove. La forza dei cinghiali, mi disse il contadino, stava tutta lì, nella loro miracolosa capacità di sopravvivere anche nelle condizioni più estreme: «Ce ne sono a migliaia. Ogni tanto provano a censirli ma è impossibile. Del resto le femmine partoriscono due volte all’anno, e non muoiono mai, mentre qui,in genere, se una scrofa partorisce in inverno, c’è bisogno di luce artificiale, di riscaldamento e di cure veterinarie, altrimenti i piccoli muoiono stroncati dalle polmoniti. Beh,quella femmina ha partorito i suoi cuccioli lassù, in mezzo alla neve.E sono tutti sopravvissuti. Serve aggiungere altro?»

Discendenti - quantomeno in parte - delle decine di animali liberati volontariamente o importati a scopi venatori tra gli anni Sessanta e Settanta (prima dall’area maremmana poi dalle foreste dell’Europa orientale), i cinghiali sono animali resistentissimi, la cui fame non si ferma di fronte a nulla, e meno che mai al cospetto di una misera rete elettrificata. Per certi versi, stupisce il dibattito in atto dalle parti del parco Pineta di Appiano, dove ancora ci si interroga se sia o meno il caso di “uscire” le doppiette. Eppure quella del cosiddetto “selecontrollo” è una pratica diffusissima, in Italia e fuori dall’Italia, e si applica non solo ai cinghiali ma a anche a tutti gli altri cosiddetti ungulati, vale a dire cervi, daini, caprioli, che negli anni si sono moltiplicati a dismisura, un po’ per l’abbandono delle aree rurali da parte di noi umani, un po’ per la mancanza di grandi predatori naturali (anche se il lupo sta tornando). In altre parole, la doppietta è l’unica soluzione in grado di garantire davvero il mantenimento dell’equilibrio dell’ecosistema, e con esso la tutela dell’agricoltura, il contenimento della diffusione di malattie trasmissibili come la peste suina, per non dire della riduzione del rischio di incidenti stradali, sul genere di quelli che negli ultimi anni abbiamo documentato a decine in tutta la provincia, dalla Bassa all’Alto lago. E poi, se ancora non bastasse: dice l’Ispra - l’istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale - che ormai la popolazione di cinghiali in Italia si colloca ben oltre il milione e mezzo di esemplari, e che le richieste di risarcimenti erogati per danni alle coltivazioni si attestano su una media prossima ai 19 milioni di euro, a fronte di costi che secondo Coldiretti e Confagricoltura, superano ormai i cento.

Ambientalismo e “animalismo” c’entrano poco. È davvero, soltanto, una questione di buon senso. Tanto più che, come diceva quell’agricoltore, vista la velocità con cui le femmine partoriscono, tempo sei mesi e gli effetti benefici di una sessione di caccia sarebbero già totalmente vanificati, con buona pace di chi, animalista o meno, del cinghiale ama più incrociare il grugno andando per boschi che assaggiare il ragù andando per ristoranti.

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