I saccheggi e i rapper elevati a sociologi

Come sia successo che qualcuno abbia deciso di prendere sul serio questa compagnia, è in effetti un autentico mistero. Nel nostro piccolo ci affidiamo a quella del prefetto di Milano, il quale ha spiegato che, durante gli interrogatori relativi agli scontri di pochi giorni fa, sostanzialmente nessuno dei ragazzi è stato in grado di fornire spiegazioni vagamente riconducibili a una coscienza politica. Volevano solo rubare o “far casino”

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Nel suo delizioso editoriale di ieri, il nostro caporedattore Vittorio Colombo ricordava le parole di Umberto Eco, il quale, a proposito dei social network, sentenziava che «daranno diritto di parola a milioni di imbecilli». Una formula che, purtroppo, ormai non si applica solo alla cosiddetta “fogna web”, ma all’intero universo dell’informazione.

Alludiamo, in particolare, all’improvviso diluvio, sulle prime pagine dei quotidiani italiani, di autorevoli commenti di rapper e trapper che, dopo gli assalti a Milano e Torino e le minacce di devastazioni a Como, sembrano essere diventati un punto di riferimento irrinunciabile. Rapper e trapper chiamati ad analizzare e comprendere la moderna lotta di classe, il disagio giovanile e l’economia in generale. Cantanti che si dividono tra quanti sostengono il diritto del “pueblo unido” a sfasciare le vetrine dei negozi per costringere la società ad ascoltare il proprio grido di dolore e quanti fanno fatica a schierarsi dalla parte dei saccheggiatori. Ora, senza voler entrare nel merito di chi abbia torto o ragione — al massimo, vi invitiamo a girare la domanda ai commercianti del centro di Como che, giustamente inquietati, si stanno attrezzando per reagire al rischio di un’intifada degli adolescenti prevista per questo sabato —, ci interroghiamo sul perché la scelta sia caduta proprio su questi personaggi.

La prima ragione, immaginiamo, è che i rapper siano considerati «vicini ai giovani». A questo punto, però, ci chiediamo perché a qualcuno sia venuto in mente di dedicare pagine e servizi televisivi a Frenkie Hi-Nrg, il quale magari si vestirà come un ragazzino, ma ha in effetti 57 anni suonati e potrebbe tranquillamente essere il nonno di quel bambino di 11 anni pizzicato in mezzo agli scontri dello scorso fine settimana. Poi c’è Ghali, spesso presentato come un artista particolarmente riflessivo e profondo. Proprio lui, autore di testi quali “Zuppa di succo di mucca” e “Marijuana (fumo con la testa in mezzo alle sue cosce)”.

Il più discusso della compagnia è comunque Marracash, l’autoproclamato principe di Barona (e non di Bel Air). Per farsi un’idea della sua credibilità, non possiamo che rileggere le sue argute riflessioni sulle buste di cocaina: «Due sono poche, tre sono tante. Quante buste devo darti per 50 euro? Le voglio piene, mi sa che io da te ci vengo spesso». Arriviamo, infine, al suo principale antagonista nel mondo musicale, l’arci-famoso Fedez, diventato celebre per canzoni come «Esci queste bocce perché voglio cospargere con l’olio» e già massacrato per i suoi testi omofobi.

Come sia successo che qualcuno abbia deciso di prendere sul serio questa compagnia, elevandola al rango di importante circolo di sociologi, è in effetti un autentico mistero. Nel nostro piccolo, tra le tante interpretazioni di quanto accaduto, ci affidiamo a quella del prefetto di Milano, il quale ha spiegato che, durante gli interrogatori relativi agli scontri di pochi giorni fa, sostanzialmente nessuno dei ragazzi è stato in grado di fornire spiegazioni vagamente riconducibili a una coscienza politica. Volevano solo rubare o “far casino”. Proprio come i loro emulatori, che stanno lanciando appelli sul web per portare gli scontri a Como. Giovani che, come diceva Altan in una sua vecchia vignetta, «Non credono a niente. Mentre noi, alla loro età, eravamo già pieni di delusioni».

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