La paura tra i ragazzi e nessuno paga il conto

I social. Niente redazioni, niente responsabili, solo panico in rete: come un messaggio anonimo ha fermato le scuole e disorientato una città

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Umberto Eco lo disse con un sorriso e senza pietà: i social daranno diritto di parola a legioni di imbecilli, che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e non facevano danno alla collettività. Lo presero per snobismo. Era una profezia, e aveva ancora l’aria mite.

Perché il bar chiudeva. L’imbecille tornava a casa e la sua sciocchezza evaporava con il fiato del vino. Oggi la sciocchezza ha le gambe. Corre nelle chat anonime, passa di telefono in telefono, e nessuno sa chi l’ha lanciata, se qualcuno l’ha manovrata o se si è mossa da sola, come una frana. Negli ultimi due giorni è bastato questo: un delirio su stupri imminenti, senza un nome, senza un luogo verificato, e migliaia di ragazzine non sono andate a scuola. Un messaggio ha svuotato i banchi.

Qui non siamo più all’imbecillità, che in fondo è inoffensiva finché resta sola. Siamo alla follia organizzata. Forse solo a Ceuta, quando il tam tam dei social spinse una folla di disperati verso la frontiera, si era visto in Europa qualcosa di simile. Una voce, e i corpi che si muovono.

Il fatto più grave non è la voce. È che non esiste nessuno che la pesi. Un tempo la notizia aveva un’origine, un volto, un direttore. Poteva sbagliare, e sbagliava, ma c’era una porta a cui bussare, una firma da pretendere, una rettifica da esigere, un giudice davanti a cui rispondere. Il giornale aveva - ha ancora - un indirizzo. Se sbagliava, sapevi chi. Il direttore era un limite, e un limite è anche una garanzia. Oggi la notizia sulla Rete ha solo una velocità. Nessuna redazione, nessun filtro, nessuno che alzi la mano e dica: questo l’ho verificato, questo no. Uno semina il panico e il messaggio cresce per conto suo, come un’esplosione nucleare senza una mano che la governi. Chi l’ha innescata può essere un manovratore da chissà quale potenza straniera o un ragazzino che si annoia. Non conta. La reazione a catena non chiede il permesso a chi l’ha accesa.

Quando la paura è in circolo, cerca presidio. Così arrivano le ronde, a Como come a Milano. Cittadini di guardia, qualcuno con buone intenzioni - forse - che però fanno altrettanta paura di ciò che dicono di temere. Perché devono pensarci le forze dell’ordine, alla nostra sicurezza. Altrimenti è il Far West. Si arriva al paradosso che nessun sociologo avrebbe osato scrivere: gli ultrà, di solito additati come nemico pubblico da molti cittadini, che diventerebbero l’argine contro chi sfascia. Il problema di ieri come guardiano di oggi. Dà il capogiro.

Come dà il capogiro il fatto che questi casseur non fanno politica. Non sono gli antagonisti dei cortei, non hanno una bandiera da leggere né un programma da confutare. Non sono di sinistra o di destra. Spiazzano perché sfuggono a ogni categoria. E ciò che sfugge alle categorie sfugge anche ai nostri strumenti per capire, e allora ci si affida alla paura, che spiega tutto male ma in fretta.

Resta l’immagine di quelle ragazze che non sono andate a scuola. Non per un fatto, ma per l’ombra di un fatto. Una generazione che impara che il pericolo può arrivare per telefono, e che il telefono non risponde di niente. La Rete diventa un kalashnikov messo in mano a un bambino soldato. Una parola è capace di fermare una città. Prima o poi toccherà fare i conti anche con questo.

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